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Perchè un governo tecnico potrebbe non funzionare

In questi giorni si fa un gran parlare, come naturale che sia, di governo tecnico e delle possibili conseguenze, anche in termini benefici, che questo potrebbe avere nell’impatto con la realtà (abbastanza cupa a dire il vero) italiana.
Ricevuto il testimone dal dimissionario premier Berlusconi il nuovo staff di tecnici ha infatti preso in mano le redini del paese nel tentativo di riportarlo su binari più consoni alle aspettative di tutti (compresa Ue) ed allontanarlo da un baratro che sempre più minacciosamente iniziava ad avvicinarsi.
Un governo tecnico è essenzialmente un esecutivo a scarsa caratterizzazione politica composto appunto da ‘tecnici’, professionisti che agiscono in nome e per il bene del paese (non dovrebbero farlo anche i politici?) spesso esulando da ogni implicazione partitica o ideologica.
Per l’Italia quello di Monti non è il primo caso di governo tecnico, era già successo nel 1995 dopo la caduta della maggioranza che sosteneva il governo Berlusconi e a prendere in mano il paese fu Lamberto Dini, che lo traghettò fino alle successive elezioni (1996) passando alla storia tra l’altro per un’importante riforma che trasformò il sistema pensionistico italiano (da retributivo a contributivo).

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Con un governo tecnico tramonta la democrazia:

E da traghettatore dovrebbe agire anche l’attuale esecutivo nel tentare di portare fuori l’Italia dalle sabbie mobili nelle quali è impantanata: in termini più prosaici, l’attuale governo tecnico dovrebbe cercare d adempiere alle indicazioni della Ue per evitare che il paese finisca a gambe all’aria, dopodichè potrebbe anche farsi da parte e lasciare nuovamente il campo al prossimo schieramento politico democraticamente eletto dal popolo (chissà con quale legge elettorale).
Le incongruenze che nascono da questo processo  sono piuttosto evidenti, così come molteplici sono gli interrogativi che so porrebbero anche nel più profano degli osservatori politici: in sostanza il governo Monti è chiamato a tirar fuori l’Italia da un buco nero nel quale la crisi (e la cattiva gestione politica di decenni, aggiungiamo noi) ha sbattuto il nostro paese. Adempiere con ogni mezzo alle richieste della Ue, risistemare i conti e, una volta ottenuto questo risultato, passare la mano.
Siamo pienamente convinti che sia un processo così spontaneo e meccanico? Ma, soprattutto, se questa squadra di tecnici riuscirà nella delicata impresa di risollevare il paese in un momento di così grave congiuntura economica, per quale motivo in futuro si dovrebbe tornare nuovamente alla politica? Ai parlamentari eletti (dall’alto)? Ai politici di professione che colgono solo l’aspetto utilitaristico dal proprio mandato?
Che ne sarebbe della rappresentatività, della democrazia, della scelta ai cittadini e di tutte queste altre belle parole con le quali ci siamo riempiti la bocca in tutti questi anni?

Se i tecnici ci tirano fuori dalla crisi, perchè tornare alla politica?

Se un esecutivo tecnico riuscisse lì dove hanno fallito i politici di professione, sarebbe un grande segno di debolezza e di resa per la società nella quale si è collocato il nostro agire collettivo degli ultimi decenni: sarebbe una certificazione di come la politica ha agito in maniera quantomeno inadeguata in tutti questi anni e darebbe ulteriore impeto all’avversione dei cittadini verso la politica stessa. Cosa che è già evidente a chi riesce a guardare la società in tutte le sue pieghe.
Perché, ci chiediamo, se un governo di tecnici dovesse tirarci fuori dalla crisi più forte degli ultimi decenni dovrebbe poi passare la mano e tornare ad occuparsi di altre faccende? Non sarebbe più logico proseguire eventualmente su una strada tracciata che (lo speriamo tutti) avrebbe dato i suoi frutti dopo anni di cattiva gestione? Ed ancora, politici (e politicanti) di professione accetterebbero di buon grado, in futuro, di farsi da parte certificando in questo modo in maniera definitiva il proprio fallimento?
Una risposta banale a questi interrogativi potrebbe essere quella di legittimare in futuro, nel caso di raggiungimento dei risultati sperati, l’attuale governo con un voto popolare: sarebbe comunque un non-senso perché il governo in questione sarebbe nato e legittimato da una pregressa esperienza antidemocratica, nel senso di non approvazione mediante voto popolare.
È il cane che si morde la coda: o forse sarà il governo stesso, anche in caso di risultati positivi, a farsi da parte in futuro e chiamarsi fuori dalla contesa politica pur se il popolo chiederà il contrario? Anche in questo caso ci sentiremmo di evidenziare una mancanza di coerenza: che poi in Italia non è poi così inusuale.

Il governo tecnico imploderà in se stesso:

E allora l’interrogativo che ci viene in mente è: all’attuale governo tecnico sarà lasciato modo di lavorare e mettere in pratica le proprie idee? O qualcuno potrebbe vedere in questo il pericolo di essere delegittimato di fronte agli occhi dell’opinione pubblica? Ci sarà chi metterà il bastone tra le ruote per gridare successivamente al ritorno di politici di professione quale elisir di guarigione? Sarebbe normale, la politica è (anche) questa.
E che dire delle misure assolutamente impopolari stabilite dal governo Monti? È forse quello l’esempio più lampante di anti-politica dato che, la politica stessa da che mondo è mondo, trae profitto (e voti) da slogan populisti e menzogneri che poi puntualmente vengono smentiti nella realtà? L’attuale governo in sostanza potrebbe implodere in se stesso e distruggersi con le sue mani essendo costretto a dover approvare misure drastiche e assolutamente impopolari. Al popolo piacciono le lusinghe, come dimostra la storia italiana. E l’attuale governo ne promette poche.

Pubblicato in Focus

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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