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Fiscal compact: il vincolo che rischia di strozzare l’ Italia

Se ne parla da tempo e, in questi giorni, il dibattito in Italia è diventato ancor più stringente: sarà per le posizioni del neo premier Renzi, ancora non del tutto chiare in materia di vincoli Ue; sarà che il provvedimento è ormai prossimo a realizzarsi. Fatto sta che si fa un gran parlare di Fiscal compact; spesso anche a sproposito o non spiegando esattamente di cosa si tratti.
Il termine di derivazione anglosassone suonerebbe più o meno come patto di bilancio o qualcosa di simile; ed in effetti questo è ciò che è il Fiscal compact. Un accordo approvato con trattato internazionale in data 2 marzo 2012 a Bruxelles; a firmarlo furono, allora, 25 dei 28 capi di governo dei paesi membri Ue.
Venendo agli aspetti tecnici o quantomeno pratici del Fiscal compact, questi altro non è che un vincolo per i paesi firmatari a rispettare un equilibrio nel proprio bilancio: nei fatti, il trattato prevede che i paesi Ue si impegnino a mantenere un deficit pubblico con un valore massimo dello 0,5% rispetto al Pil. Praticamente in equilibrio.

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I vincoli del Fiscal Compact:

In aggiunta a questo sono previste norme stringenti anche per quanto rigurda il rapporto debito pubblico / Pil. In sintesi, i punti stabiliti dal Fiscal compact sono i seguenti:

    • Impegno a mantenere bilanci pubblici in equilibrio. Nello specifico il deficit strutturale non deve superare lo 0,5% del Pil
    • Ogni Stato che non raggiunge tali obiettivi si impegna a correggere i propri bilanci agendo con scadenze precise
    • Il deficit pubblico deve restare al di sotto del 3% del Pil, come previsto dal Patto di stabilità e crescita; in caso di sforamento, previste sanzioni
    • Riduzione del

debito pubblico

    • al ritmo di un ventesimo (5%) all’anno fino a raggiungere un rapporto del 60% sul PIL nell’arco di un ventennio. Praticamente in materia di debito pubblico si tratta di

rientrare al di sotto del 60% nell’arco di vent’anni (fattore quest’ultimo che comporterebbe all’Italia un aggravio di decine di miliardi di euro l’anno).

Inizialmente era stato anche previsto che la regolamentazione del Fiscal compact dovesse essere necessariamente inserita nelle singole legislazioni nazionali, possibilmente in norme costituzionali. Dopo che alcuni stati si erano opposti, sottolineando come questa restrizione avrebbe dovuto per forza dare il via ad un referendum popolare, tale norma era decaduta.

Modifiche costituzionali per recepire norme Fiscal Compact:

Tuttavia alcuni paesi hanno comunque agito in tal senso. Non ultima l’Italia, che nell’aprile 2012 ha inserito alcune modifiche nella propria costituzione proprio per recepire le disposizioni del Fiscal compact: pochi mesi dopo, nel luglio dello stesso anno (2012) le due Camere del Parlamento italiano approvarono con voto unanime il Fiscal compact.
Era il governo presieduto da Monti e sul Fiscal compact si trovò una convergenza bipartisan; anche da parte di alcuni partiti che ora si schierano contro il trattato e più in generale contro la Ue. O sono stati folgorati sulla via di Damasco ed hanno cambiato idea strada facendo oppure cavalcano con convenienza gli umori del popolo per ottenere qualche voto.
Tornando al Fiscal compact si può affermare che in sostanza il suo obiettivo principale è il pareggio di bilancio; le disposizioni contenute non introducono quindi leggi particolarmente nuove, ma vanno ad approfondire rendendoli più corposi e stringenti i precedenti trattati Ue: in particolare il Patto di stabilità e crescita, ovvero un accordo ormai ventennale sulle politiche di bilancio volto a rafforzare quelli che erano i requisiti di adesione all’Unione Europea. Ma, come noto, in pochi hanno rispettato nel tempo quei parametri.

Pubblicato in Politica

Scritto da

Erik Lasiola

Giornalista di inchiesta, blogger e rivoluzionario

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