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Crisi della scuola e protesta degli insegnanti

Gli stipendi dei docenti italiani, se rapportati a quelli dei colleghi europei, sono fra i più bassi in Europa nonché quelli che si incrementano più lentamente: a riportarlo sono gli ultimi dati del rapporto Ocse che fa il punto su educazione ed istruzione analizzando e confrontando numerosi aspetti del sistema scolastico globale, nei suoi vari livelli (“Education at a glance 2010”).
Nello specifico risulta infatti che gli insegnanti italiani sono pagati meno e percepiscono uno stipendio inferiore rispetto a quello della media europea anche dopo aver raggiunto l’anzianità di servizio. Per tali ragioni un arrotondamento sulla paga di fine mese può risultare utile a molti docenti che, una volta attribuito nelle scuole tutto l’orario di cattedra, possono scegliere di coprire ulteriori ore rimaste scoperte in un’altra classe (situazione che si verifica soprattutto nella scuola secondaria di primo e secondo grado).

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Insegnanti e numero di ore settimanali:

Secondo le disposizioni vigenti, infatti, il dirigente scolastico può chiedere ad un docente di farsi carico, se vuole, di un numero di ore di insegnamento settimanale maggiore di quello previsto nel proprio contratto. Sulla questione è intervenuta però la Flc-CGIL, che ha suggerito agli insegnanti di rifiutare la copertura di tutte le porzioni di cattedra che restano scoperte.
L’associazione ha infatti analizzato le conseguenze connesse a tale tipo di situazione, illustrando come la copertura di spezzoni-orario liberi tutto l’anno, se effettuata da docenti in organico, contribuirebbe a rendere ancora più instabile la posizione di molti precari, comportando in generale un ulteriore calo del fabbisogno complessivo di insegnanti (le medesime considerazioni valgono anche per il personale Ata).
La Federazione sottolinea inoltre come anche la qualità dell’insegnamento potrebbe risultarne danneggiata, subentrando una sorta di cottimo sul lavoro che andrebbe ad incidere sui processi di insegnamento, apprendimento e qualità delle relazioni educative.
Trattandosi a monte di una situazione determinata dai tagli e dai provvedimenti presi dal Governo, che agiscono sul blocco dei salari e dei posti di lavoro all’interno del mondo della scuola pubblica, secondo quanto riporta ancora la federazione l’unica soluzione per far fronte ai disagi della categoria è agire con la protesta e la mobilitazione, attraverso assemblee sindacali e scioperi ad intermittenza che diffondano la consapevolezza della gravità dei danni determinati dai provvedimenti di riordino.

Rifiutare la copertura degli spazi vuoti per protesta:

Rino Di Meglio, il coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti (associazione professionale e sindacale autonoma ed indipendente da partiti politici, presente su tutto il territorio) telefonicamente ci illustra il suo punto di vista: “il suggerimento dato ai docenti, ossia di rifiutare la copertura degli spezzoni-orario liberi, mi sembra un buon appello alla solidarietà e mi auguro anche che venga seguito. Tuttavia nessuno può andare a fare i conti in tasca alle persone, alla loro situazione finanziaria.
Io capisco perciò anche quei docenti che magari coprendo qualche spezzone libero riescono ad arrotondare lo stipendio, perché siamo in un momento di crisi molto difficile. Va bene suggerire soluzioni come quelle proposte dalla Flc-CGIL, però capisco anche chi poi decide di non seguirle. Questa situazione la può risolvere solo il Governo, che invece di tagliare i posti di lavoro dovrebbe stabilizzare i precari: attualmente abbiamo la situazione esattamente opposta.
Non prevedo un futuro roseo per la scuola pubblica italiana se le cose non cambiano. Vorrei inoltre ricordare che un altro grande problema, insieme a quello dei precari, è il sovraffollamento attuale delle classi, che unito alla scarsità di risorse rende sempre più difficile insegnare decentemente. La nostra associazione, che raccoglie migliaia di insegnanti su tutto il territorio, è favorevole allo sciopero come soluzione per portare avanti la protesta se si trova un’unità fra tutti i sindacati, chiesta a gran voce da tutta la categoria: siamo infatti già pronti a rispondere all’appello”.

I troppi tagli alla cultura:

Un ulteriore dato di fatto, che emerge dal rapporto Ocse sopra citato, è che il nostro Paese attualmente spende solo il 4,5% del Pil nelle istituzioni scolastiche, contro una media europea del 5,7% aggiudicandosi per questo il penultimo posto tra i paesi industrializzati, seguito solo dalla Slovacchia.
Ciò dimostra come gli altri paesi abbiano compreso l’importanza dell’istruzione e stiano investendo sulla cultura quale risorsa per lo sviluppo del futuro, mentre in Italia il mondo della scuola, dell’università e della ricerca è invece alle prese con uno dei momenti più difficili che abbia mai attraversato. Questo, come noto, a causa dei tagli di una manovra economica che non permette alla cultura di costituirsi come investimento essenziale per rispondere alle evoluzioni tecnologiche e demografiche in grado di ridisegnare il mercato del lavoro (come ha sottolineato lo stesso segretario generale Ocse, Angel Gurria, durante la presentazione del rapporto).
Il tutto a fronte di un governo che prende le sue decisioni rifiutando il reale confronto con i disagi e i problemi dei cittadini, relegando in un angolo i principi democratici su cui dovrebbe reggersi tutto il Paese.

Pubblicato in Interviste

Scritto da

Martina Lacerenza

Nata a Roma nel 1984. Laureata in Lettere. Blogger e collaboratrice giornalistica

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