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Costi standard nella sanità: lo Stato ci riprova

Se ne parla da tempo come panacea per tentare di rimettere in equilibrio le spese per la sanità che, come noto, sono spesso e volentieri eccessive; e su questo sembra si sia tutti d’accordo. Provare a sbilanciarsi sull’ipotesi che questo grande passo si riuscirà nel concreto a compiere è ancora un azzardo malgrado le buone intenzioni palesate anche di recente.
La vicenda dei costi standard nella sanità parte da lontano, per la precisione nel 2009 con la legge 42 “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale”; fino a quel momento l’argomento dei costi standard non aveva mai sfiorato il nostro paese ed il modello di allocazione delle risorse del Fondo Sanitario Nazionale si basava su altri concetti.
Quello della spesa storica, che partendo da quanto una regione aveva speso per erogare determinati servizi stabiliva l’importo di quanto quella stessa regione doveva ricevere; si è quindi passati ad un modello basato sul numero di abitanti. Che comunque non serve a mettersi al riparo da sprechi più o meno involontari.

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Nascita dei costi standard:

Ecco quindi arrivare il concetto dei costi standard; ad introdurlo è appunto la legge sul federalismo  che si propone di portare questa rivoluzione nella sanità italiana. Cosa sono i costi standard è facilmente intuibile: si tratta di un modello di quantificazione delle risorse del Fondo Sanitario Nazionale da trasferire alle singole Regioni (le quali poi le ripartiscono ai vari soggetti del settore, ospedali, cliniche ecc…) sulla base di costi individuati a priori e ritenuti adatti per un determinato tipo di prestazione.
Si tratta di capire quanto spendono le Regioni nell’erogazione dei servizi sanitari ai propri cittadini e quale sia la qualità di questa assistenza; partendo da questi dati, si è deciso di prendere alcune realtà locali, quelle che risultino essere le più virtuose nell’erogazione di questi servizi e con i bilanci più sani, quale riferimento in materia di spesa. Obiettivo è naturalmente adeguare i costi sanitari di tutte le regioni ad uno standard che risulti essere il più virtuoso; come dire, se uno riesce a spendere di meno e meglio ottenendo risultati importanti, perché non possono adeguarsi tutti a questo standard?

Le spese pazze della Sanità:

Il discorso non fa una piega. Se i costi standard fossero applicati si stabilirebbe in maniera esatta quanto devono ricevere ogni anno le singole regioni per la spesa sanitaria, calcolo da farsi non più sul numero di abitanti ma sul modo in cui le Regioni più efficienti riescono ad operare.
La questione è poi da considerarsi un tutt’uno c on quelle che sono le spese standard della sanità: quante volte abbiamo sentito il classico discorso “è impossibile che una siringa in una Asl costa 10 ed in un’altra costa 1000”? E’ l’esempio più esplicativo che si possa fare al riguardo e va a fotografare una problematica ricorrente: si perché negli acquisti della sanità i prezzi differiscono in modo sostanziale da regione a regione. E, a quanto pare, non è nemmeno facilissimo reperire informazioni al riguardo.

Costi differenti da regione a regione:

Per proseguire sulla scia della siringa di cui sopra, in Italia l’Asl di una determinata regione può pagare una protesi in ceramica all’anca 285 euro circa, mentre in un’altra regione può arrivare a costare oltre 2500 euro. Un inserto tibiale può passare dai 200 euro di una regione ai 2479 di un’altra. Risultato di ciò, aghi, garze, protesi e quant’altro sono spesso reperiti ad un costo spropositato e con differenze di prezzo tra un ospedale ed un altro che possono arrivare fino all’ 800%.
Difformità piuttosto lampanti e testimonianza di un qualcosa che non va. Che poi tutte gli acquisti della pubblica amministrazione dovrebbero passare tramite Consip, la società delegata agli acquisti della pubblica amministrazione; ma non è sempre così.
Una recente inchiesta di Panorama sull’argomento spesa sanitaria ha affermato che circa 3,4 miliardi di euro di bandi per l’acquisto di farmaci sono effettuati al di fuori dei circuiti della Consip. Sono quindi diverse le amministrazioni che, per svariati motivi, si sottraggono alle procedure Consip. Risultato evidente di tutto ciò, ogni amministrazione si comporta differentemente dall’altra in materia di spesa sanitaria e non si riesce ad uniformare uno standard.

Il tentativo dei prezzi di riferimento:

Per ovviare alla problematica sopra descritta l’ Autorità di vigilanza sui contratti pubblici aveva introdotto, nel luglio del 2012, i prezzi di riferimento, standard per cercare di calcolare un budget di spesa non eccessivamente disomogeneo. L’introduzione dei prezzi di riferimento dopo un iniziale impatto forte sul settore sanitario aveva subìto una botta d’arresto a seguito del ricorso al Tar di molte aziende a seguito del quale il tribunale aveva evidenziato le carenze legate al sistema dei prezzi di riferimento dando quindi ragione ai ricorrenti. I prezzi di riferimento non sono quindi più obbligatori.
Passati in cavalleria i prezzi di riferimento si torna ora quindi a parlare dei costi standard della sanità: le Regioni hanno trovato in queste ore un accordo sui costi standard che dovrebbero partire, in modalità sperimentale solo per cinque Regioni ancora da individuare, in questo ultimo scorcio del 2013. A decorrere dal 2014, almeno nelle intenzioni, si partirà a pieno regime.

Futuro e costi standard:

Almeno a parole sembra si faccia sul serio stavolta; il commissario per la spending review Carlo Cottarelli ha parlato di 6/7 miliardi di euro di minori spese nella sanità da ottenere nei prossimi 3 anni per cercare di ripianare il buco del settore.  Si parla proprio di trovare uno standard per abbattere le evidenti e talvolta enormi differenze di spesa tra una regione e l’altra e di appianare divergenze di qualità e quantità delle prestazioni erogate.
In sostanza, migliorare il meccanismo partendo proprio dai costi standard individuando a monte le Regioni più virtuose da prendere come esempio per tutte le altre. È il classico ‘spendere tutti quanti di meno e spendere meglio’. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi.

Pubblicato in Politica

Scritto da

Erik Lasiola

Giornalista di inchiesta, blogger e rivoluzionario

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