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I problemi del settore agricolo in Italia

C’ è un malessere diffuso nelle campagne ma di cui sono poco chiari i risvolti. Se si guardano, infatti, i risultati economici dell’ agricoltura italiana negli ultimi due anni, c’ è da rimanere perplessi. Il 2008 si è chiuso con quasi tutti gli indicatori col segno algebrico positivo: valore aggiunto al costo dei fattori, contributo alla formazione del PIL, livello dei prezzi dei prodotti agricoli.
E come se la crisi finanziaria non avesse per nulla scalfito le campagne. Nel 2009 il quadro si è fatto leggermente critico solo perché vi è stato un andamento climatico sfavorevole. Ma allora da cosa dipende il disagio? Perché gli agricoltori bloccano le strade coi trattori e protestano sotto i palazzi del potere?
La crisi viene da lontano. Da quando l’ Europa decise, agli inizi degli anni 90, di modificare la propria politica agricola per evitare di continuare ad alimentare eccedenze produttive ed a provocare distorsioni di mercato che penalizzavano gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo. Contro quegli orientamenti ci fu un’immediata levata di scudi da parte delle lobby agroindustriali che videro messe in pericolo le proprie rendite di posizione.

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Gli aiuti diretti agli agricoltori

Fu così che l’ Unione Europea scese a compromesso: tramutò i finanziamenti, che proteggevano il mercato dei prodotti e sostenevano i prezzi, in aiuti diretti agli agricoltori; e non li legò più alla quantità prodotta ma all’ estensione delle terre possedute. Sicché, da allora, arrivano ogni anno alle famiglie agricole assegni bancari senza alcuna finalità precisa, ma semplicemente come sostegno al reddito.
Lo scandalo non sta qui, quanto invece nel fatto che le aziende più grandi continuano a prendere la fetta maggiore ed i produttori più piccoli quella inferiore. L’ 80 % dell’ intervento pubblico comunitario in agricoltura è questa annuale pioggia di soldi senza alcuna finalità e distribuita in modo del tutto iniquo. Fino agli anni 80 la politica agricola aveva un obiettivo ben preciso: sostenere gli agricoltori perché producessero sempre di più. E così si ebbe la grande modernizzazione delle campagne.

La politica agricola in Italia oggi

Oggi la politica agricola non ha alcun obiettivo da  proporre agli agricoltori. E da qui nasce il malessere in quanto i più capaci e intraprendenti si danno da fare da soli a trovare strade nuove e fanno prodotti tipici e attrezzano le aziende per ospitare turisti e fornire servizi sociali, culturali e ricreativi; ma chi ha minori qualità organizzative non riceve alcuno stimolo o supporto a riconvertire la propria attività per orientarla verso ciò che richiede il mercato.
E in siffatto contesto che ogni autunno, quando il Parlamento deve approvare la legge Finanziaria, si ripete il rito dei trattori sulle strade e la pacca sulle spalle dei contadini da parte di dirigenti di organizzazioni agricole, di assessori regionali e di parlamentari.
Ma gli agricoltori sono consapevoli che il problema non è tanto il fondo di solidarietà per le gelate che è privo di stanziamenti o il prestito che la banca non vuole più rinviare – così com’ è scritto sui loro cartelli – ma la mancanza di una strategia nazionale ed europea per l’ agricoltura, che nessun governo o forza politica o associazione sindacale tenta di elaborare.

Nuove strade per la politica agricola

Quest’ anno parte il negoziato sulle scelte strategiche e di bilancio dell’ Unione europea per il 2013. E’ l’ occasione giusta per proporre strade nuove: abbandonare il sistema degli aiuti a pioggia e realizzare con gli stessi soldi una politica agricola che promuova beni pubblici prodotti dagli agricoltori. Si darebbe così una chiara e trasparente finalità ai finanziamenti europei e si premierebbero quei produttori innovativi in grado di coniugare qualità del cibo e valori sociali e ambientali.
Quali sono i beni pubblici che gli agricoltori potrebbero produrre? Sono la conservazione della biodiversità, la protezione della fertilità dei suoli, la gestione oculata delle risorse idriche, la conservazione del paesaggio, la salubrità degli alimenti, la salute degli animali e delle piante, la fornitura di servizi alle persone, da quelli socio-sanitari a quelli culturali, ricreativi e turistici. Per ottenere la produzione di questi nuovi beni non sono sufficienti gli incentivi economici ma ci vogliono supporti formativi, animazione territoriale, assistenza alla progettazione.

Proteste dei contadini:

In sostanza, ci vorrebbe un ruolo proattivo, e non solo di controllo, di amministratori, apparati burocratici pubblici e di strutture sindacali. Sarebbe, dunque, necessaria a monte una riconversione profonda della politica, della pubblica amministrazione e delle organizzazioni sociali.
Ma i contadini, che hanno scarpe grosse e cervello fino come dice il noto proverbio, sanno bene che tutto questo è difficile da ottenere, specie in tempi in cui dilagano demagogia e populismo.
E allora si arrabbiano facendo le barricate e tentando di imitare i contadini di una volta, che occupavano le terre e incendiavano i municipi. Ma i loro padri avevano la fortuna di essere diretti da gruppi dirigenti politici e sindacali di ben altro spessore, con una visione chiara della società che volevano realizzare e obiettivi ben precisi da proporre alle persone che mobilitavano.

Pubblicato in Archivio Notizie

Scritto da

Alfonso Pascale

Presidente dell’associazione "Rete Fattorie Sociali", vice presidente dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, autore e scrittore.

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