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Come funziona la RAI. Chi la governa, chi la finanzia, chi la controlla

È la più grande azienda culturale e dell’informazione del Paese, finanziata in gran parte dai cittadini e governata da un sistema di nomine in cui politica e istituzioni hanno un ruolo centrale. Capire come funziona la RAI significa capire chi decide, chi paga e chi vigila, e che cosa dovrebbe significare davvero imparzialità.

Si parla della RAI in ogni stagione politica, spesso per le polemiche su un conduttore o un palinsesto. Molto meno si conosce l’impalcatura che sta sotto: le regole di nomina dei vertici, i meccanismi di finanziamento e i controlli. È su questi che si gioca la distanza tra una televisione pubblica e una televisione di Stato, e che è tornata al centro del dibattito con la riforma oggi in discussione in Parlamento.

Chi la governa: come si nominano i vertici RAI

La RAI è una società per azioni, il cui azionista di maggioranza è il Ministero dell’Economia, ma con regole di governance speciali, perché svolge un servizio pubblico. A guidarla è un consiglio di amministrazione di sette membri, nominati con una procedura mista. Secondo la disciplina vigente, quattro consiglieri sono eletti dal Parlamento (due dalla Camera e due dal Senato), due sono nominati dal Consiglio dei ministri su proposta del Ministero dell’Economia e uno è designato dai dipendenti. Sempre il Ministero indica poi l’amministratore delegato.

Nomina del presidente

Il presidente, a sua volta, deve essere ratificato dalla Commissione parlamentare di Vigilanza, un passaggio che negli ultimi tempi si è trasformato in un nodo politico: la mancata ratifica ha prodotto uno stallo che da quasi due anni blocca la nomina del presidente. È questo intreccio tra Parlamento e governo, con il ruolo dell’azionista, a essere oggi oggetto di revisione.

La riforma in corso e il regolamento europeo

A rendere necessario l’intervento è il regolamento europeo sulla libertà dei media, in vigore dall’8 agosto 2025. È una norma che impone ai servizi pubblici europei di sganciare la governance dalle ingerenze dei governi.

Il disegno di legge è arrivato al Senato dopo un percorso lungo e discusso. Secondo le ricostruzioni di stampa, il 30 settembre la commissione competente ha concluso l’esame degli emendamenti, e il testo è atteso in Aula il 26 novembre. Nella versione in discussione, il consiglio resterebbe di sette membri: due nominati dal Ministero dell’Economia, quattro eletti dal Parlamento e uno designato dai dipendenti. Tra le novità, l’amministratore delegato non sarebbe più scelto direttamente dal Ministero ma nominato dal consiglio di amministrazione, mentre il presidente sarebbe scelto dal consiglio e ratificato dalla Vigilanza, con maggioranza dei due terzi nelle prime due votazioni e maggioranza assoluta dalla terza. Un emendamento prevede inoltre di allungare da tre a quattro anni la durata del mandato.

Chi finanzia la RAI

Il finanziamento viene da due gambe: il canone e la pubblicità. Il canone è oggi di 90 euro all’anno, confermato dalla legge di bilancio anche per il 2026, e viene riscosso nella bolletta elettrica. Dopo una riduzione limitata al solo 2024, quando era stato portato da 90 a 70 euro, l’importo è tornato quello ordinario. Sono previste esenzioni, ad esempio per chi ha più di 75 anni con un reddito non superiore a 8mila euro e per chi non detiene un apparecchio televisivo.

I conti dell’ultimo bilancio mostrano il peso di questa struttura. Nel 2025 la RAI ha chiuso con 9,1 milioni di euro di utile, il primo segno positivo dal 2017, con ricavi di circa 2,7 miliardi: 1,8 miliardi, cioè due terzi, dal canone, e il resto dalla pubblicità

Il canone, dunque, non è un contributo marginale: è la base economica che giustifica gli obblighi di servizio pubblico, e per questo il suo importo è sempre un tema politico.

Chi controlla la RAI

Intorno alla RAI esiste una rete di controlli sovrapposti, ciascuno con un compito diverso.

  • La Commissione parlamentare di Vigilanza, composta da deputati e senatori, esercita funzioni di indirizzo generale e vigilanza dei servizi pubblici radiotelevisivi, sulla base di una legge del 1975 e del Testo unico dei servizi di media audiovisivi. Oggi, però, attraversa essa stessa una fase di difficoltà: l’intesa per ricostituirla si è allontanata e il confronto resta aperto.
  • L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni verifica il rispetto dei principi generali e delle regole sul pluralismo e può intervenire con richiami e provvedimenti, come nel caso dei richiami alla RAI al rispetto dei principi generali a garanzia degli utenti.
  • La Corte dei conti controlla la gestione finanziaria: la RAI è sottoposta al suo controllo e la Corte riferisce al Parlamento sull’esercizio.
  • Il Ministero delle imprese e del made in Italy firma con la RAI il contratto nazionale di servizio, che fissa gli obblighi del servizio pubblico per un periodo pluriennale.

Come dovrebbe essere imparziale

Qui la legge è molto esplicita. Il Testo unico indica come principi generali la libertà e il pluralismo dei mezzi di comunicazione e l’obiettività, completezza, lealtà e imparzialità dell’informazione. Il contratto di servizio li riprende e li declina: l’offerta pubblica deve essere improntata a imparzialità, indipendenza, pluralismo, completezza, obiettività, legalità e rispetto delle diversità.

Imparzialità, in questo contesto, non significa dare a tutti lo stesso spazio in ogni momento, ma garantire correttezza, equilibrio e apertura alle diverse posizioni. Le regole sono più stringenti nei periodi elettorali e referendari: la Vigilanza e l’Autorità hanno adottato norme sulla comunicazione politica e la parità di accesso ai mezzi di informazione, e nelle campagne referendarie i notiziari devono conformarsi con particolare rigore ai criteri di pluralismo, imparzialità, indipendenza e completezza.

Il problema del rapporto con chi fa le nomine

Il nodo, quindi, non è la mancanza di principi, ma il loro rapporto con il sistema di nomina. Chi sostiene la necessità di una riforma osserva che un servizio pubblico è credibile quando chi lo governa non dipende in modo prevalente da chi detiene il potere politico. Chi difende l’attuale impianto ricorda invece che un controllo parlamentare e dell’azionista è parte della responsabilità di una società finanziata da risorse pubbliche. Entrambe le tesi hanno argomenti, e nessuna elimina il tema centrale: come garantire insieme indipendenza e responsabilità.

Perché riguarda tutti

La RAI è finanziata da chi paga il canone, e il suo funzionamento incide sull’informazione che arriva a milioni di famiglie. Per questo le regole che la governano non sono una questione tecnica, ma riguardano la qualità del dibattito pubblico. La riforma ora in Parlamento, qualunque sia il suo esito, dirà molto sul modello di servizio pubblico che il Paese vuole.

Matteo Di Medio

Matteo Di Medio è un giornalista digitale ed esperto di content strategy. È Caporedattore di Gioco Pulito e Influent People, due delle principali testate editoriali digitali del settore, e ricopre il ruolo di Responsabile dei Contenuti presso la Linking Agency, realtà specializzata in Digital PR, SEO e Web Reputation.
Nel corso della sua carriera ha contribuito alla crescita e allo sviluppo editoriale di numerosi progetti digitali, curando la produzione e la direzione dei contenuti con un approccio orientato alla qualità e alla visibilità online.

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