Il compromesso storico rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi e, al tempo stesso, tragici di trasformazione della politica italiana durante la Prima Repubblica.
Con questa espressione si intende la strategia politica elaborata dal Partito Comunista Italiano (PCI) nella prima metà degli anni Settanta, finalizzata a stabilire una collaborazione organica di governo con la Democrazia Cristiana (DC).
L’obiettivo non era semplicemente la gestione del potere, ma la creazione di un’alleanza capace di includere le grandi masse popolari, cattoliche e comuniste, per salvare la democrazia italiana dalle spinte eversive della destra e del terrorismo, nonché per affrontare una crisi economica che appariva allora sistemica e irreversibile.
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Le radici ideologiche e l’influenza dei fatti del Cile
La genesi del compromesso storico si fa risalire a una serie di saggi pubblicati da Enrico Berlinguer sulla rivista Rinascita nel 1973. Il segretario del PCI fu profondamente scosso dal colpo di Stato in Cile, dove il governo socialista di Salvador Allende era stato rovesciato dai militari guidati da Augusto Pinochet, con il supporto degli Stati Uniti.
Berlinguer trasse da quegli eventi una lezione fondamentale: in un Paese occidentale e appartenente al blocco atlantico, non era possibile governare con una risicata maggioranza del 51% composta solo dalle sinistre. Una tale scelta avrebbe innescato una reazione violenta delle forze conservatrici e degli apparati dello Stato, portando al collasso della democrazia.
Da qui nacque l’idea di un accordo di lungo periodo con la DC, intesa non solo come partito, ma come rappresentante di una componente essenziale e democratica della società italiana.
Il contesto nazionale tra crisi economica e violenza politica
L’Italia degli anni Settanta si trovava in una condizione di estrema fragilità. Sul piano economico, la fine del boom era stata segnata dallo shock petrolifero del 1973, che aveva portato inflazione a due cifre e una stagnazione produttiva preoccupante.
Sul piano dell’ordine pubblico, il Paese era nel pieno della cosiddetta strategia della tensione e dell’offensiva dei gruppi armati, sia di estrema destra che di estrema sinistra, i famosi anni di piombo.
Il sistema politico appariva bloccato dalla “conventio ad excludendum“, la regola non scritta che impediva al PCI di accedere al governo a causa della sua collocazione internazionale. Tuttavia, il PCI era una forza in ascesa, che nel 1975 e nel 1976 aveva raggiunto i suoi massimi storici elettorali, arrivando a insidiare il primato della DC. Il compromesso storico appariva dunque a Berlinguer come l’unica via d’uscita per legittimare il PCI come forza di governo e, contemporaneamente, stabilizzare lo Stato.
I protagonisti e il ruolo di Aldo Moro
Se Enrico Berlinguer fu l’architetto del compromesso storico sul fronte comunista, Aldo Moro fu il suo interlocutore fondamentale e il mediatore più raffinato sul versante democristiano.
Moro, con la sua teoria delle “convergenze parallele“, aveva compreso che la DC non poteva più governare da sola o con piccoli alleati ormai logori. Egli vedeva nel coinvolgimento del PCI un modo per “costituzionalizzare” definitivamente l’opposizione e per allargare la base del consenso democratico.
Nonostante le forti resistenze interne al suo partito e le aperte ostilità delle potenze straniere, Moro lavorò instancabilmente per costruire quella che chiamava la “terza fase” della democrazia italiana. Il suo obiettivo era una transizione ordinata che portasse il PCI nell’area di governo senza provocare strappi traumatici con l’alleanza atlantica o rivolte sociali.
L’opposizione internazionale e interna
La strategia del compromesso storico incontrò ostacoli formidabili. Gli Stati Uniti, guidati allora da Henry Kissinger, vedevano con estremo sospetto l’ingresso dei comunisti nel governo di un Paese NATO, temendo un effetto domino in Europa.
Allo stesso modo, l’Unione Sovietica non guardava con favore a un esperimento che avrebbe reso il PCI troppo indipendente da Mosca e troppo integrato nelle logiche occidentali. Internamente, il Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi temeva di essere schiacciato dall’abbraccio tra i due giganti, mentre la destra democristiana e i settori più radicali della sinistra extraparlamentare consideravano l’accordo un tradimento dei rispettivi valori fondanti.
L’opposizione trasversale creò un clima di isolamento intorno ai due leader, rendendo la loro scommessa politica estremamente rischiosa.
Dal governo di solidarietà nazionale al dramma di via Fani
Il tentativo di tradurre il compromesso storico in atti concreti portò alla nascita dei governi di “solidarietà nazionale“. Nel 1976, per la prima volta, il PCI non votò contro il governo Andreotti, scegliendo la formula dell’astensione (il cosiddetto governo della non-sfiducia).
Il punto di massima attuazione di questa strategia doveva essere il 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo Andreotti, sostenuto dal voto favorevole dei comunisti, avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento. Quello stesso giorno, però, le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro in via Fani, uccidendo la sua scorta. L’evento drammatico segnò la fine politica del compromesso storico.
Sebbene il governo nacque comunque in un clima di emergenza, la scomparsa del suo principale mediatore e la successiva uccisione di Moro il 9 maggio 1978 privarono il progetto della sua anima e della sua guida strategica.
L’esaurimento della strategia e l’eredità politica
Dopo la morte di Moro, il rapporto tra DC e PCI si deteriorò rapidamente. La Democrazia Cristiana, sotto la spinta delle correnti interne contrarie all’accordo, tornò a guardare verso i partiti laici e il PSI, dando il via alla stagione del Pentapartito.
Berlinguer, preso atto del fallimento del dialogo con la DC, dichiarò conclusa l’esperienza del compromesso storico all’inizio degli anni Ottanta, lanciando la proposta dell’alternativa democratica e concentrandosi sulla “questione morale“.
Nonostante il suo fallimento pratico, il compromesso storico rimane un momento fondamentale: fu l’ultimo grande tentativo di riforma del sistema politico italiano attraverso il dialogo tra le grandi culture di massa. Molte delle questioni sollevate allora, come la necessità di una democrazia compiuta e il superamento delle contrapposizioni ideologiche in nome del bene comune, restano ancora oggi temi centrali nel dibattito istituzionale italiano.