L’interrogativo sulla sostituzione dell’uomo da parte della macchina non è un prodotto della modernità digitale, ma un dibattito che vede la sua origine fin dai tempi della prima rivoluzione industriale.
Oggi, però, la questione assume preoccupazioni maggiori in virtù dell’avvento dell’intelligenza artificiale generativa e della robotica avanzata. Il dibattito contemporaneo si divide tra chi vede all’orizzonte una “disoccupazione tecnologica” di massa e chi, al contrario, intravede la possibilità di un’emancipazione definitiva dalle mansioni alienanti e gravose.
In questo contesto, è necessario analizzare la trasformazione del mercato del lavoro non come un evento statico, ma come un processo dinamico, così da comprendere gli sviluppi futuri e, nel caso, proteggerci dal dominio dei robot e dei chatbot.
In questo articolo parliamo di:
Le radici del timore della sostituzione tecnologica
Come detto in precedenza, la paura che l’automazione possa rendere superfluo il contributo umano affonda le radici nel luddismo dell’Ottocento, ma ha trovato nuova linfa nelle analisi economiche degli ultimi decenni.
Il concetto di disoccupazione tecnologica, coniato da John Maynard Keynes negli anni Trenta, suggeriva che la nostra capacità di risparmiare lavoro attraverso la tecnologia stesse correndo più velocemente della nostra capacità di trovare nuovi impieghi per la manodopera.
Storicamente, la previsione dell’economista è stata smentita dai fatti: ogni ondata di innovazione ha distrutto vecchie professioni ma ne ha create di nuove, spesso più qualificate e meno pericolose. Tuttavia, la rapidità del cambiamento attuale solleva dubbi sulla capacità di adattamento dei sistemi sociali ed educativi moderni.
La rivoluzione delle mansioni e il paradosso di Moravec
Un errore comune nell’approcciarsi a questo tema è pensare all’automazione come a un processo che sostituisce interi mestieri. In realtà, la tecnologia tende a sostituire singole attività all’interno di una professione. Molti studi recenti indicano che, mentre pochissimi lavori sono completamente automatizzabili, la stragrande maggioranza delle occupazioni subirà una trasformazione radicale delle mansioni quotidiane.
Qui entra in gioco il cosiddetto paradosso di Moravec, il quale osserva che, paradossalmente, è molto più facile insegnare a un computer a risolvere complessi problemi logici o analisi di dati che dotarlo delle capacità motorie e sensoriali di un bambino di un anno.
Ciò significa che i lavori che richiedono empatia, destrezza manuale fine in contesti non strutturati e pensiero critico restano, per ora, saldamente nelle mani dell’uomo e non è un caso che stiano tornando in auge gli antichi mestieri, in una tendenza che può essere riassunta con il termine di artigianato 4.0.
L’automazione come strumento di liberazione dalla fatica
Se spostiamo l’attenzione dal rischio di perdita del posto di lavoro ai benefici della collaborazione uomo-macchina, lo scenario muta profondamente.
L’automazione ha il potenziale di eliminare le cosiddette attività noiose, ripetitive e pericolose. Nelle fabbriche moderne, i robot collaborativi o “cobot” sollevano pesi insostenibili per la colonna vertebrale umana e operano in ambienti tossici, permettendo agli operai di assumere ruoli di supervisione e controllo qualità.
In ambito amministrativo, l’intelligenza artificiale può processare migliaia di documenti in pochi secondi, liberando i professionisti dal peso della burocrazia ripetitiva e consentendo loro di dedicarsi alla strategia e alle relazioni interpersonali.
La transizione e il problema del divario di competenze
Nonostante l’ottimismo tecnologico, la transizione non è priva di problemi, anche “dolorosi”. Il rischio principale non è la mancanza assoluta di lavoro, quanto piuttosto il crescente disallineamento tra le competenze richieste dalle aziende e quelle possedute dai lavoratori.
La polarizzazione del mercato del lavoro è un fenomeno già visibile: da un lato cresce la domanda di professionisti altamente qualificati nel settore tech e creativo, dall’altro aumenta il bisogno di servizi alla persona non automatizzabili, mentre la classe media impiegatizia subisce la pressione maggiore dell’automazione software.
Senza politiche attive di formazione continua e sistemi di protezione sociale innovativi, la liberazione dalla fatica rischia di trasformarsi in una marginalizzazione economica per ampie fasce della popolazione, specie quelle che soffrono maggiormente di divario tecnologico, come i lavoratori meno giovani.
La ridefinizione del concetto di lavoro
Il traguardo finale di questa evoluzione potrebbe essere una ridefinizione profonda del concetto stesso di lavoro. Se le macchine fossero in grado di produrre la maggior parte dei beni e dei servizi necessari alla sussistenza, la società si troverebbe di fronte alla sfida di distribuire la ricchezza prodotta in modo equo, slegandola parzialmente dal tempo trascorso in ufficio o in fabbrica.
Alcuni economisti suggeriscono che l’automazione potrebbe finalmente permettere quella riduzione dell’orario lavorativo sognata dai riformatori del secolo scorso, trasformando il tempo liberato in spazio per la cultura, la partecipazione civile e la cura degli altri. La risposta alla domanda iniziale non risiede dunque nella tecnologia stessa, ma nella nostra capacità politica e sociale di governarla. L’automazione non ci ruberà il futuro, a patto che siamo pronti a reinventare il modo in cui intendiamo la nostra utilità nel mondo.