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Reddito minimo: “600 euro al mese a precari e disoccupati”

Se ne è parlato spesso in passato senza giungere mai ad una decisione e proprio nelle ultime ore è stata presentata  una proposta di legge di iniziativa popolare per la sua istituzione.
Stiamo parlando del reddito minimo garantito, ovvero una forma di sostegno economico ai cittadini che versano in situazioni economiche particolarmente critiche e che in alcuni paesi è già presente. Con fortune e pareri contrapposti naturalmente, poiché è un provvedimento visto spesso come a forte matrice ideologica e che prevede un importante intervento statale.
Sicuramente non piace ai liberisti, viceversa è caldeggiato da chi è a favore di misure sociali soprattutto in un momento storico come l’attuale caratterizzato da una forte crisi. La proposta di una legge di iniziativa popolare di cui sopra è stata scritta con il supporto di una associazione che si occupa da anni di sostenere l’introduzione in Italia di un provvedimento mirato proprio ad un reddito garantito.
L’associazione in questione è il Bin (Basic Income Network). Abbiamo intervistato il presidente Luca Santini per farci spiegare nel dettaglio il provvedimento.

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Il Bin e reddito garantito in Italia:

Presidente Santini, di cosa si occupa la vostra associazione?
“Il Bin (Basic Income Network) è un gruppo di sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni si occupano di studiare, progettare e promuovere interventi indirizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia. Per questo parlando della proposta di legge popolare incentrata proprio su questa tematica, abbiamo messo le nostre competenze al servizio di uno schieramento vasto della società civile. È un tema importante poiché ci si rivolge ai tanti milioni di precari disoccupati costretti ad affrontare questa situazione.”
Quando parla di coalizione sociale intende anche un preciso orientamento politico?
“No: se andiamo a vedere le adesioni ad oggi, ci sono soprattutto associazioni della società civile e della cittadinanza attiva. Collocazioni molto varie. Poi ci sta che la politica dei partiti c’entri, perché si tratta di un’ ulteriore forma di amplificazione che può dare spinta alla legge. Anche perché lo scopo di questa proposta è di arrivare in Parlamento, quindi è chiaro che in quel contesto, oltre alla società civile, avere una parte dell’emiciclo che la appoggi rappresenterebbe un vantaggio.”
Parlando delle adesioni, tra i gruppi politici che hanno sottoscritto la proposta vi è una forte connotazione di centro-sinistra: non si rischia di ideologizzare il tutto?
“Indubbiamente è vero, ci sono delle forze politiche orientate a sinistra che si sentono forse al momento più in consonanza con questa proposta. Ma noi vogliamo prima di tutto che questo tema entri nell’agenda politica in generale: fino ad oggi i grandi partiti hanno mostrato indifferenza. Noi pensiamo che questo tema debba essere affrontato anche perché tra qualche mese probabilmente si andrà alle elezioni: si deve aprire il dibattito nel mondo politico e nel corpo sociale.”

Come introdurre il reddito garantito:

Veniamo agli aspetti tecnici della proposta: ce li può spiegare nel dettaglio?
“L’ idea è piuttosto semplice: provvedere ad una misura di sostegno per tutti i soggetti senza lavoro, a basso reddito e senza patrimoni individuali di rilievo. Ovvero le persone che hanno una necessità di tutela. Tutela che si articola in una parte monetaria, che a livello individuale sarebbe di 600 euro, e che dovrebbe prevedere anche una serie di servizi da gestire sul territorio. Prevediamo il coinvolgimento delle Regioni che hanno competenza per Costituzione su molti capitoli importanti. La nostra proposta prevede quindi che la conferenza Stato/Regioni delinei le guide, e che le singole Regioni possano poi fare  interventi secondo le loro priorità.”
Il provvedimento è rivolto alle persone senza lavoro o a basso reddito: c’è una stima approssimativa di quanti sarebbero coinvolti?
“Una stima esatta di quante sono le persone ed i costi è uno degli esercizi di finanza pubblica più impegnativi poiché ci sono molte variabili e le banche dati che abbiamo noi sono incomplete: indagini statistiche condotte dall’Istat non sono incentrate in modo esatto su questa proposta. Bisognerebbe condurre una analisi campionaria. I dati sulla povertà proprio di fonte Istat ci danno un quadro di inizio su cui muoverci: parlano dell’ 11% delle famiglie in condizioni di necessità di tutela, per un totale di circa 8 milioni di individui.”
Una cifra piuttosto consistente: se ciascuno di questi dovesse percepire i 600 euro si giungerebbe ad un esborso non indifferente
“È una cifra consistente certo, ma non si può pensare che una riforma economico-sociale di questa portata possa avvenire senza un esborso finanziario di rilievo. Abbiamo fatto dei conti su quanto si spende in altri paesi europei: in tema di tutela di reddito in Irlanda ad esempio, a vario titolo e non soltanto a titolo di reddito minimo ma anche a titolo di sostegno a invalidi, anziani ecc, si spende una cifra che rapportata alla popolazione italiana sarebbe intorno ai 50 miliardi. In Francia dove esiste una legge specifica sul reddito minimo si spendono 10 miliardi con una popolazione tutto sommato paragonabili a quella dell’Italia. Ecco, all’interno di questa  finestra si potrebbe collocare la necessità di spesa per il nostro paese.”
Sono cifre importanti
“Sono risorse ingenti, inutile nasconderci: però chiediamoci pure i costi della non introduzione di questa misura in termini di disoccupazione, di demoralizzazione della popolazione, di accettazione di condizioni di lavoro vergognose ecc… Quando nel secondo dopoguerra abbiamo istituito la sanità pubblica per tutti, se ci fossimo fermati ad interrogarci sul costo non lo avremmo fatto. Questa misura segue un po’ la stessa filosofia, ovvero consentire il miglioramento sociale.”

Aspetti critici del reddito garantito:

C’è chi paventa la possibilità che qualcuno potrebbe ‘marciarci’ sapendo di poter contare su un fisso mensile di 600 euro. Conoscendo il background culturale degli italiani, non è un’ipotesi così remota
“Qualcuno potrebbe marciarci, certo: ma per tornare all’esempio di cui sopra, se ci fossimo fatti questa domanda anche per l’introduzione della sanità pubblica quella riforma non la avremmo fatta. Andranno fatti i controlli per vedere se ci sono situazioni di abuso. Ma non può essere questa una scusa per non introdurre il provvedimento.”
Ssi parla di spending review, tagli alla spesa pubblica, diminuzione degli sprechi. In quest’ ottica la vostra proposta non rischia di apparire quantomeno antistorica se non utopistica?
“Io credo che invece vada nella stessa direzione e sia adeguata  ai tempi. Il mondo del lavoro è cambiato negli ultimi anni: è l’epoca del lavoro precario. E questo può essere socialmente tollerabile solo se si accompagnano le fasi di inattività con una tutela adeguata. È una misura pienamente coerente con l’andamento dei tempi.”
Che tuttavia avrebbe dei forti costi economici
“Se dicessi che fa risparmiare, chiaramente non direi il vero: ma voglio fare un esempio. Se i vertici europei riuscissero ad accordarsi per far scendere di 2 punti lo spread, ebbene questo risparmio in termini di interessi già basterebbe per intero a coprire le spese del provvedimento. Tutto sta ad individuare le risorse e le priorità. Siamo disposti a ragionare sui tempi, per noi va bene anche la gradualità partendo a piccoli passi. Però riteniamo che un grande paese dell’occidente debba confrontarsi con questo argomento come già accade in molti altri paesi europei.”

Pubblicato in Focus

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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