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Sono gli uomini, non le case, a fare la città: la fuga dalle metropoli

Mollo tutto e vado a vivere in campagna. Una frase un po’ inflazionata, che da slogan dal vago sapore snob sembra però essersi recentemente trasformata in un grido d’allarme. La fuga dalle grandi città che sta coinvolgendo migliaia di italiani appare una sorta di processo inverso rispetto alla pionieristica caccia all’oro che aveva caratterizzato la grande industrializzazione del dopoguerra, con il conseguente allargamento a macchia d’olio dei principali centri urbani nazionali.
Negli anni ’60 e ’70 si era assistito ad una crescita esponenziale del numero di fabbricati sempre più avveniristici nel cuore di città quali Roma e Milano, o alla costruzione di quartieri residenziali circondati dal verde e destinati ai numerosi “ospiti” giunti dal meridione o dalle regioni limitrofe.
Non che attualmente si assista ad uno spopolamento delle grandi città, tutt’altro, ma senza dubbio la realtà cittadina si arricchisce sempre più di stranieri, spesso provenienti da paesi lontani.

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La fuga dalle città

A tale fenomeno si accompagna la fuga di romani, milanesi e torinesi dalle loro città natali, per cercare di inserirsi in nuovi contesti meno stressanti e probabilmente più a misura d’uomo. Come può spiegarsi una “diaspora” tanto diffusa quanto per certi versi allarmante? Cosa è cambiato dai tempi in cui la caccia alle metropoli sembrava aver contagiato soprattutto i cittadini italiani?
Di risposte ce ne sarebbero tante, ma basti pensare che rispetto a trenta o quaranta anni fa il livello culturale medio del paese sembra essersi elevato (sebbene tale affermazione possa apparire un’eresia, l’attenzione va posta sull’aggettivo “medio”: maggior informazione ed istruzione generali, seppure a discapito di una scemata cultura in senso stretto del termine).

Addio ai lavori tradizionali

Ciò ha innegabilmente comportato una fuga dai lavori tradizionalmente artigiani e manuali ed una rincorsa all’ottenimento di diplomi universitari spesso utili solo per essere ostentati a vecchi zii di provincia, ma inidonei a garantire al più o meno giovane un introito mensile superiore ai proverbiali mille euro, insufficienti a mantenersi nella metropoli.
Si aggiunga poi come le pretese della gente comune, non solo in Italia, e nonostante una crisi economica sempre più evidente, si siano irrimediabilmente elevate, a causa di una condizione di “benessere” di cui ormai da secoli gode il continente europeo, incapace di guardare al di là della propria visione eurocentrica che sin dai tempi di Briand si è cercato di ufficializzare attraverso Unioni volte a mantenere lo status quo.

Non si va più nelle grandi città a cercare fortuna

Non ci si sposta più a Roma o a Milano per cercare fortuna, per sputare sangue e sudore, ma spesso lo si fa per ragioni di studio o per uscire dalla piccola realtà di provincia, con la convinzione e l’aspettativa di farcela e di inserirsi in un contesto dove lo spazio di movimento è ormai ridotto ai minimi termini. In un simile scenario gli spazi si sono invece andati a creare per immigrati desiderosi di raggiungere ciò che a casa loro al momento non possono ottenere: il benessere.
Sia chiaro, parlando di benessere non ci si riferisce a quella elite che viaggia in limousine e dispone di jet privato, ma alla massa che con grande facilità riesce a dotarsi di tutti i comfort, sempre però lamentandosi della crisi. Tv satellitare, telefonino con connessione a internet, abiti griffati. Il superfluo, insomma, che viene oramai confuso con il benessere e barattato con uno spaventoso indebitamento generale a suon di finanziamenti rateali.
Il lavoratore straniero a caccia di fortuna non cerca il superfluo, il più delle volte non potrebbe neanche permetterselo. Gli indigeni invece, piuttosto che rinunciare ai loro benefits e privilegi preferiscono vendere la casa acquistata faticosamente dai genitori e spostarsi alle porte della città per risparmiare quanto possibile, senza correre il rischio di poter sembrare poveri.
Lo stesso sindacalismo, costituzionalmente garantito -ci mancherebbe- rischia di trasformarsi in facile strumento da utilizzare al contrario per l’inserimento nel mercato lavoro delle grandi città di tutti quei soggetti insensibili alle tutele cui avrebbero naturale diritto.

Immigrazione straniera in Italia per lavoro:

I tanto vituperati cinesi, ad esempio, incuranti dei disagi legati all’inumano sovraffollamento di monolocali e disposti a sopportare pervicacemente orari di lavoro quasi ininterrotti per produrre manodopera a costo zero.
Curioso poi pensare come i camerieri e i pulisci cessi di bar e ristoranti siano quasi sempre immigrati. Stranamente però ci si sorprende se col tempo i bar e i ristoranti cambiano proprietà, passando a mano straniera.
Repubblica diffonde un reportage secondo cui la comunità filippina – fortemente radicata in Italia e tradizionalmente associata ai lavori domestici – stia passando rapidamente dalle case all’impresa. Né più né meno di ciò che qualche decennio fa realizzarono i nostri connazionali nei paesi europei all’epoca più sviluppati. Sempre il quotidiano di Via Cristoforo Colombo illustra la mappa del lavoro nero nell’edilizia romana.
Inutile dire che si tratta per lo più di cittadini stranieri, spesso istruiti con un diploma di scuola media superiore o una laurea in tasca, e costretti ad arrabattarsi in lavori manuali. Per non parlare di badanti e netturbini. Gli italiani si guardano bene dall’accettare lavori di bassa manovalanza, e piuttosto preferiscono modificare le proprie abitudini e stabilizzarsi in un piccolo centro. E proprio gli stranieri sono spesso i soli disposti a mettere su famiglia e mettere al mondo figli senza preoccuparsi se in futuro avranno la chance di farli vestire firmati.

I nuovi italiani: immigrati di seconda generazione

I figli di immigrati, i nuovi italiani di seconda generazione, non avranno gli stessi problemi dei propri genitori ad ottenere la cittadinanza, ed allora ecco che le città ricominceranno ad ospitare italiani, seppure acquisiti.
L’analisi descritta tiene conto di un dato ulteriore: gli stranieri a cui i veneziani, i milanesi o i romani lasciano il posto nelle proprie città sono prevalentemente immigrati in cerca di lavoro, non di crimine. Altrimenti non si spiegherebbe perché le mete prescelte per stabilizzarsi in Italia siano nell’ordine la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, il Piemonte ed il Lazio, ovvero le regioni in cui la crisi si fa sentire meno (forse anche grazie al lavoro dei tanti stranieri…).
E se è ancora valido l’antico detto secondo cui “sono gli uomini, non le case, a fare la città”, bisogna augurarsi che la contemporanea multiculturalità che ha invaso le città contribuisca a renderle più internazionali a prescindere dal proliferare di Ikea, H&M o Apple Store.

Pubblicato in Focus

Scritto da

Gianfabio Florio

Scrittore tagliente ed ironico; avvocato e romanziere.

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