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Abolire l’immigrazione clandestina: la demagogia della Kyenge

Prosegue la lunga serie di polemiche che vedono protagonista il ministro Cécile Kyenge intenta più che mai a vagliare soluzioni alternative in materia di immigrazione; che il suo operato sarebbe stato al centro di continue discussioni già si sapeva fin dalla stessa scelta presa da Letta di affidare un ministero ad una persona di colore e di origini straniere.
Scelta che racchiude in sé al contempo coraggio e demagogia nonché tentativo (riuscitissimo) di attirare le attenzioni della pubblica opinione (distogliendole da altro) al semplice volare di una mosca purchè questa voli nei dintorni del ministro; ed in questo, bisogna ammettere, il premier Letta ci ha visto lungo.
Nelle scorse ore il ministro per l’integrazione Cécile Kyenge ha annunciato di voler accettare il confronto pubblico con la Lega Nord su su ius soli e immigrazione; l’invito era stato lanciato da Manes Bernardini, capogruppo in Comune a Bologna e consigliere regionale nonchè responsabile nazionale Immigrazione della Lega Nord, la quale nelle scorse settimane aveva promosso una raccolta firme contro il progetto di legge del ministro Kyenge sullo ius soli.

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Il reato di immigrazione clandestina in Italia:

Sul tema dello ius soli si dibatte ormai da tempo mentre nelle ultime settimane il ministro Kyenge ha ipotizzato una possibile rivisitazione del reato di clandestinità; che ricordiamo essere un reato legato all’ingresso (o al soggiorno) di cittadini stranieri in un paese (in questo caso l’Italia) in violazione delle leggi di immigrazione vigenti nel paese stesso.
Il cosiddetto reato di immigrazione clandestina inizia a prendere parzialmente corpo nell’ordinamento italiano nel 2002 con la legge n.189; la nota legge Bossi-Fini. In base a questa normativa il cittadino straniero extracomunitario poteva entrare nel territorio italiano solamente se già in possesso di un contratto di lavoro e di una abitazione.
Questo, nelle intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare una garanzia di sicurezza poiché uno straniero che entra in un altro paese avendo già un contratto di lavoro in mano ha indubbiamente meno possibilità di finire a delinquere.
Un ragionamento che di per sé non farebbe una piega, ma che negli atti ha palesato notevoli intoppi; primo tra tutti, è accaduto con sempre maggiore frequenza che extracomunitari entrati in Italia come regolari e con in mano un contratto di lavoro perdevano successivamente il proprio impiego diventando conseguentemente irregolari senza più diritto di soggiorno nel territorio italiano.
Arrivati a questo stadio non tutti hanno seguito i dettati della legge che imporrebbe loro di abbandonre il paese; in molti hanno proseguito il loro soggiorno nell’irregolarità ricorrendo al lavoro nero, nella migliore delle ipotesi, o finendo per delinquere, nella peggiore. 

 

Quanti immigrati caduti nell’illegalità:

A seguito di questa stortura, con la legge n.94 del 17 luglio 2009 (il cosiddetto pacchetto sicurezza) si è andato ad integrare la legge predisponendo, all’art. 10-bis, disciplina il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato; vale a dire, l’ingresso nel territorio italiano era consentito a cittadini extracomunitari solo a seguito del verificarsi di 3 condizioni quali:

  1. il possesso di idonea documentazione atta a confermare il fine e le condizioni del soggiorno;

  2. la disponibilità dei mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno medesimo;

  3. il fatto che l’ingresso sia avvenuto mercé uno dei valichi di frontiera. 

L’ immigrazione clandestina diventava quindi un reato a tutti gli effetti e l’ ingresso e soggiorno illegale nel territorio italiano erano sanzionati con una multa da 5mila a 10mila euro.
Altra politica, condivisibile o meno, che potrebbe anche filare e funzionare non fosse altro che viviamo in Italia; che come è noto è il paese dei balocchi. Motivo per il quale il reato di immigrazione clandestina si è poi nei fatti rivelato essere un’arma spuntata.
Le cause, come facilmente immaginabile, sono legate alle famigerata lentezza dei procedimenti giudiziari in Italia ed all’eccessivo numero di ingressi irregolari nel nostro paese che rendeva oggettivamente inattuabile la normativa.
Il provvedimento si è nei fatti rivelato essere una minestrina ad un malato grave: non solo non è riuscito ad ottenere quanto doveva, ma ha spinto diversi stranieri nell’irregolarità ed ha fatto si che questi stessi irregolari siano rimasti con condivisibile senso di impunità sul territorio italiano, ben consci di queste problematiche relative all’applicazione della normativa e consapevoli dell’inefficacia totale della legge italiana. E molti di loro (non tutti naturalmente) hanno finito per delinquere aumentando il numero di reati, già di per sé abbastanza cospicuo, del nostro paese.
Il meccanismo necessita obbligatoriamente una revisione che possa apportare le giuste modifiche evitando provvedimenti oggettivamente inattuabili e preservando al tempo stesso la sicurezza interna; la proposta (piuttosto improbabile e demagogica, tanto che i soliti polli ci sono cascati) del ministro Kyenge di abrogare il reato di immigrazione clandestina rischierebbe soltanto di peggiorare la realtà e di rivelarsi mero esercizio di populismo. Cosa della quale, francamente, l’ Italia non ha bisogno in questo momento.

Pubblicato in Archivio Notizie

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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