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Il futuro lavorativo e l’arte della disillusione

Ho trentatré anni, una laurea, un’abilitazione all’esercizio professionale, un dottorato. E un blog. Ho smesso di lavorare agli inizi di giugno: non c’era più nulla da progettare. Dalla mia laurea ad oggi ho inviato un’infinità di curricula, ho tormentato la mia regione e quella accanto con spedizioni, invii elettronici, distribuzioni di me in formato europeo cassetta della posta per cassetta della posta.
Ho persino pensato all’estero dopo il dottorato.  Ho persino pensato alla pubblicazione di quella tesi. Niente. Troppo lontana. Poco lontana. Troppo preparata. Poco preparata. Nessun aiuto. Troppo silenzio. Niente. Difficile da capire, per chi non è del mestiere, la crisi che attraversa il mio settore; facile da comprendere quando vedi un tuo collega che fa il cameriere. E lo invidi perché lavora. E lo compatisci perché, attraverso lui, vedi una volta in più l’inutilità di quella pergamena in cui ti chiamano dottore in.

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Non c’è giorno che non mi chieda che cosa devo fare. Andarmene. E dove? Restare. E a fare cosa? Impegnarmi in quello che so fare oltre il pezzo di laurea? E cosa sarebbe quello che so fare? Se me ne vado devo partire con la certezza minima di sapere vagamente di che colore è la bandiera di quel paese, di cosa vivrò, come vivrò. Devo avere la vista rassicurata da un paracadute funzionante sia per l’andata sia per l’eventuale ritorno, quando ora ho solo i cuscini su cui sono seduta per terra, davanti ad un finestra.
Ad aprile ho aperto un blog, forte dell’incitamento di diversi amici. Scrivi bene. Hai delle storie da raccontare. Il tuo è un buon progetto. Detto fatto. La rete è la felicità dei poveri, la connessione è la porta della democrazia a buon mercato, la culla dell’ozio e delle chimere. Un placebo alla frustrazione.
Leggo, ascolto, cerco. In poco tempo sono arrivata a diciottomila visite: per me sono un numero altissimo. Gli cambio faccia ogni giorno. Inserisco o miglioro qualcosa ogni giorno. Scrivo ogni giorno. Ogni giorno vedo il contatore e mi sorprendo sia quando va oltre le mille visite, sia quando si ferma sulle cinquanta.
So fare qualcosa? So scrivere. È un buon progetto il mio? Mi porterà da qualche parte o sto solo sprecando il mio tempo, quando potrei fare… già cosa potrei fare? Il mio mestiere o uno nuovo?
Dicevano alcuni amici in una sera di luglio che alla mia generazione non hanno insegnato la disillusione. Ci hanno istruiti, resi dottori, posti davanti a una pila di libri e detto che occorreva (bastava) una buona preparazione. E quando nel frattempo non c’era più nulla da fare, perché è arrivata la crisi, la paralisi, l’anoressia delle idee, la stanchezza dell’iniziativa che non conclude mai nulla, ci hanno detto che siamo dei bamboccioni. Noi (Io) che facciamo fatica a trovare una strada, perché di strade non ce ne sono più. C’è un ingorgo in cui tutti suonano e si aggrovigliano ad ogni giro. Noi (Io) che facciamo fatica persino a sognare, perché non basta mai nulla. Niente è mai bastevole. E quindi dicono sia questione di fortuna, di caso.
Non  mi posso mica arrabbiare con il caso quando il puzzle non si compone e il quadro finale non si sa da che tessera deve partire.
Non è la fatica che mi spaventa, è lo sprecare tempo senza risultati perché per quello, basta che continui a fare il mestiere della mia laurea. È apprendere l’arte della disillusione.Mi preparo una sigaretta. Leggo gli annunci. Preparo un post per domani.

 

 

A.M.

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La Vera Cronaca

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