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Coltivazioni Ogm: un problema di democrazia

La Commissione europea ha adottato nuove proposte per consentire agli Stati membri di autorizzare, restringere o proibire la coltivazione di Ogm sulla totalità o una parte del proprio territorio per ragioni sociali, economiche e morali. Non potranno farlo per motivi che riguardano la salute dell’uomo e la tutela dell’ambiente.
Tali aspetti resteranno di competenza europea e saranno alla base della procedura di autorizzazione di nuove sementi Ogm, che resta invariata.
Non è proprio una decisione lineare. La politica agricola è stata sempre di competenza comunitaria fin dall’avvio del processo di costruzione europea e non si era mai verificato che un suo pezzo venisse devoluto agli Stati membri. Ma la Commissione Ue si è vista costretta a farlo per le forti resistenze opposte da alcuni Paesi nell’ adempiere agli obblighi derivanti dalle decisioni europee in materia di Ogm.

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Ogm: decide la Commissione Europea

Il lungo braccio di ferro si è ora risolto con una decisione salomonica: la Commissione continuerà a decidere se autorizzare la messa in commercio di semi geneticamente modificati valutando l’impatto sulla salute e sull’ambiente e gli Stati membri potranno autorizzarne la coltivazione ma considerando solo gli aspetti socioeconomici ed etici.
In realtà, con siffatta decisione nessuno dei due schieramenti che si fronteggiano può cantare vittoria. Non è, infatti, scontato l’orientamento che prevarrà adesso che il dibattito può svelenirsi e perdere i caratteri ideologici che finora ha avuto. Non discuteremo più se gli Ogm fanno male o bene alla salute o se danneggiano la biodiversità. Per tale valutazione entrambi gli schieramenti si rimettono alle risultanze tecniche e scientifiche degli organismi europei. In sostanza, non c’è più un pregiudizio che fa di questo tema un tabù..
Del resto, già da qualche mese nei siti internet della coalizione anti-Ogm circola un dossier dal titolo “Ogm, le ragioni di chi dice no”, in cui sono abbandonati i toni apocalittici e si torna all’onestà intellettuale propria di chi affronta l’argomento con un approccio scientifico.

Convenienze economiche

Il problema che ora si pone è come organizzare un dibattito pubblico che finalmente potrebbe diventare comprensibile. Si dovrebbe parlare, infatti, di convenienze economiche, di quello che fanno gli altri Paesi e di quello che potremmo fare noi, dei costi e dei benefici di una scelta rispetto ad un’altra.
Sarebbe però sbagliato accentrare ogni decisione nella Conferenza Stato-Regioni. L’Unione europea lascia liberi gli Stati membri di decidere e lo Stato italiano dovrebbe a sua volta lasciare libere le Regioni di decidere.
Che senso ha che la maggioranza delle Regioni imponga alle altre i propri orientamenti? E nelle Regioni chi dovrebbe decidere e con quale coinvolgimento dei cittadini? Sono tutti interrogativi su cui ora dovremo aprire un dibattito serrato.

Il fronte anti-Ogm

Finora un cavallo di battaglia del fronte anti-Ogm è stato quello di contrapporre i prodotti tipici ai prodotti geneticamente modificati, presentando quest’ultimi come la quintessenza dell’agricoltura industrializzata e del modello agricolo americano. In realtà, l’utilizzo dell’ingegneria genetica è perfettamente compatibile con le molteplici agricolture italiane ed europee.
La storia della ricerca biotech nel nostro Paese dimostra, infatti, una chiara scelta volta ad utilizzare la tecnologia per accrescere la biodiversità e salvare specie in estinzione. I ricercatori che operavano nelle strutture pubbliche italiane negli anni ’80 e ’90 erano sinceramente mossi dall’idea di rafforzare i caratteri tipici della nostra agricoltura e di andare oltre la visione produttivistica e quantitativa che aveva caratterizzato la “rivoluzione verde”.

Tradizione e bio tech

Non è, dunque, un dato irreversibile che il biotech sia oggi legato al modello produttivistico. Dipende dalle scelte che i diversi sistemi territoriali vorranno fare.
L’idea che il tipico sia incompatibile con il biotech rientra in strategie commerciali legittimamente assunte da organismi privati ma non dovrebbe essere fatta propria dalle istituzioni pubbliche. Quello che si può affermare sul piano del marketing non è detto che sia corretto dal versante culturale e del bene comune. E in questo caso la storia dell’alimentazione italiana ci dice che non è plausibile tale contrapposizione.

Ogm e identità del Made in Italy

La storia ci insegna, infatti, che identità e radici sono cose diverse. L’ identità sono i valori e i modelli che ci qualificano qui ed ora. Le radici sono i luoghi e gli “spunti” da cui la nostra identità ha tratto origine: ma non necessariamente appartengono a noi. Le radici del nostro cibo “made in Italy” spesso sono asiatiche e americane, come dimostra la storia della pasta secca e del pomodoro. L’alimentazione mediterranea è frutto di continue contaminazioni culturali.
Introdurre l’ingegneria genetica per migliorare e salvaguardare la biodiversità, evitando l’estinzione di prodotti tipici attaccati dalle malattie, non è un attentato all’identità italiana, ma semplicemente un modo per innestare nuove e più fertili radici nella nostra identità alimentare, che è stata da sempre il frutto dell’osmosi tra saperi contestuali e nuovi traguardi della conoscenza scientifica.
Ora che gli Ogm tornano ad essere un problema di democrazia, riapriamo finalmente la discussione su questo tema.

Pubblicato in Focus

Scritto da

Alfonso Pascale

Presidente dell’associazione "Rete Fattorie Sociali", vice presidente dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Regioni Lazio e Toscana, autore e scrittore.

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