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Milano, i piccoli negozi in estinzione: addio artigianato

Confesercenti, Confcommercio, Unione artigiani di Milano sono unanimi nei numeri: da inizio anno solo chiusure e poche aperture. Così Milano rischia il collasso artigianale. Numeri da capogiro. Una volta si intendeva numeri positivi ed esaltanti, oggi nel 2013 l’espressione identifica una nazione in condizioni pessime.
Da quando è stata unificata l’Italia, Milano era sempre stata il lato della bilancia positiva dell’economia nazionale. Adesso l’ultimo baluardo cade. Il commercio milanese è in crisi, e ci sono testimonianze reali e numeri statistici a dimostrarlo.
A differenza di dieci anni fa non chiudono solo le serrande dei quartieri popolari, ma cedono il passo anche i negozi del centro storico: Corso Buenos Aires, le traverse di Porta Venezia, Viale Piave, Porta Romana, Via Meravigli e addirittura Corso Garibaldi.
Ogni giorno si abbassano non una, ma 6 saracinesche fra aziende e punti vendita secondo recenti dati dell’Unione artigiani di Milano. Da inizio gennaio ad oggi si fa riferimento a 675 negozi chiusi.

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Quali attività chiudono:

In quest’annus horribilis del commercio è impossibile aprire un’attività commerciale. Spiegar tutto con la parola “crisi” è troppo riduttivo. La mancanza di sostegno del governo ed i costi insostenibili sono le due zavorre più pesanti.
I costi di gestione si sono triplicati fra affitti elevatissimi (canoni anche di 10.000 al mese), concorrenza straniera sui prezzi, maggior assortimento dei centri commerciali e minori acquisti dei clienti. Se nel capoluogo lombardo chiudono 6 negozi al giorno, su scala nazionale il numero più accreditato è di 167.
Risultati registrati dalla Confesercenti nel primo bimestre 2013: spariti, su base nazionale, 10.000 negozi da inizio anno e il numero di chiusura delle attività ha superato le nuove aperture dei punti vendita. Sono i peggiori dati degli ultimi vent’anni e le previsioni per fine anno abbozzano a un saldo negativo di 60.000 imprese chiuse.
Quali categorie crollano e quali invece, paradossalmente crescono a dismisura? A picco manifatturiero (2%), immobiliare (7,7%), attività artistiche, sportive e intrattenimento (10,3%), infine le attività sanitarie e quelle di assistenza sociale (12,7%). In ascesa alberghiero e ristoranti (+4,2%), servizi alle imprese, settore viaggi (+7%), commercio ambulante oppure via web, consulenze direzionali, elettricità, gas e telefonia (6,8%).
Più che parlar di stagnazione, il termine più appropriato sarebbe ecatombe numerica. Come afferma il presidente di Confcommercio Sangalli urgono politiche per ridurre gli aggravi fiscali verso compratori e commercianti, dare il via a politiche di rilancio dei consumi e del mercato interno, intervenire sul canone.

 

Fisco, burocrazia e niente credito alle imprese

Ovviamente ogni negozio che lascia incrementa il tasso di disoccupazione; senza attività propria l’ex commerciante ingrossa le fila dei “cerca lavoro” salvo che, a costi sproporzionati, non accetti di spostare la propria attività nei grandi centri commerciali o rinunci al guadagno avventurandosi nell’espediente delle vendite promozionali, dei saldi fuori stagione o degli sconti al 70%.
Come si può dedurre da tutti i dati sopra esposti, la Milano artigiana è coinvolta in una spirale che la strozza: nelle scorse settimane lo stesso presidente di Confcommercio Sangalli aveva sottolineato la necessità di “decisioni immediate su fisco, spesa dello Stato, cattiva burocrazia e credito” aggiungendo che “ogni negozio che chiude, è una luce che si spegne, un pezzo di città che muore”.
E, aggiungiamo noi, qualora l’IVA dovesse realmente aumentare e raggiungere la quota del 22%, Milano (come anche il resto di Italia) più che perdere pezzi di città, rischierebbe il collasso.

Pubblicato in Archivio Notizie

Scritto da

Pierfrancesco Palattella

Giornalista indipendente, web writer, fondatore e direttore del giornale online La Vera Cronaca e del progetto Professione Scrittura

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