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Italia: fragile e prigioniera dei poteri finanziari

Le Considerazioni generali del Rapporto Censis (giunto quest’anno alla 45°edizione) relative alla situazione sociale del Paese, ci definiscono “prigionieri dei poteri finanziari, che fanno rigore ma non sviluppo”. La società, cioè, è fragile, isolata e eterodiretta. Di chi è la colpa? Cosa possiamo fare? Quali speranze abbiamo di risollevarci? Essendo l’argomento estremamente attuale riportiamo i passaggi più significativi di un comunicato molto interessante diramato in questi giorni proprio dal Censis.
“Nel picco della crisi 2008-2009 avevamo dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri, guadagnandoci una buona reputazione a livello internazionale. Ora, però, siamo fragili a causa di una crisi che viene dal non governo della finanza globalizzata e che si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico.
Siamo isolati, perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale). E siamo eterodiretti, vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda. 
I nostri antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa) non riescono più a funzionare, Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating o spread.) e alla fine ci associamo ? ma da prigionieri ? alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini».

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Comandano i poteri finanziari:

Una dialettica politica, cioè, prigioniera del primato dei poteri finanziari?
“Era prevedibile che la verticalizzazione e la personalizzazione del potere coltivate negli ultimi vent’anni avrebbero impoverito nel tempo la nostra forza di governo. Si è così creato un deficit politico che ha favorito una logica di polarizzazione decisionale: in basso vince il primato del mercato, in alto il primato degli organismi apicali del potere finanziario. «Ognuno per sé e Francoforte per tutti» sembra il messaggio corrente. «Ma una società complessa come la nostra non può vivere e crescere relegando milioni di persone a essere una moltitudine egoista affidata a un mercato turbolento e sregolato, e affidando la tenuta dell’ordine minimale a vertici e circuiti finanziari ristretti e non sempre trasparenti».
Cosa fare, dunque, per uscire dalla crisi?
“Siamo ancora una realtà in cui vige il primato dell’economia reale, nonostante l’attuale trionfo dell’economia finanziaria. La nostra crescita dell’ultimo mezzo secolo è stata il frutto di processi di sviluppo della soggettività individuale (iniziativa imprenditoriale di piccola e media dimensione, vitalità delle diverse realtà territoriali, coesione sociale, forza economica e finanziaria delle famiglie, diffusa patrimonializzazione immobiliare, radicamento sul territorio del sistema bancario, responsabile copertura pubblica e privata dei bisogni sociali): fattori ancora essenziali per superare la congiuntura negativa e il declinismo. Potremo superare la crisi attuale se, accanto all’impegno di difesa dei nostri interessi internazionali, sapremo mettere in campo la nostra vitalità, rispettarne e valorizzarne le radici, capirne le ulteriori direzioni di marcia”.

 

Differenze sociali e importanza delle relazioni:

Occorrerebbe, quindi, una forte articolazione socio-economica interna.
“Alla crisi non ha corrisposto una reazione omogenea, ma una risposta articolata e differenziata. Ci sono le minoranze attive che restano fedeli alla sfida imprenditoriale, ma non riescono a trainare il resto della società; i borghigiani, che hanno scelto di perseguire una più alta qualità della vita; il ceto medio, impaurito dalla prospettiva di uscire dalla fascia intermedia della composizione sociale; la parte marginale della società, resa ancora più fragile dalla crisi. Nel prossimo futuro potrebbero essere incubati germi di tensione sociale e di conflitto a causa della tendenza all’aumento delle diseguaglianze e dei processi che creano emarginazione.
In tutto questo, è fondamentale lo sviluppo delle relazioni.
“Il disinnesco delle tensioni passa attraverso l’arricchimento dei rapporti sociali. La lunga durata porta infatti alla differenziazione dei soggetti e dei loro comportamenti, ma la società è fatta di relazioni fra soggetti. È nel binomio più articolazione, più relazione che la società italiana può riprendere respiro. Lo si vede nella ricerca di nuovi format relazionali: l’esplosione dei tanti social network, la diffusione di aggregazioni spirituali, la crescita di forme amicali collettive, lo sviluppo di aggregazioni capaci di supplire alle carenze del welfare pubblico (asili nido, mense scolastiche, esperienze mutualistiche), la partecipazione comunitaria a livello di quartiere urbano o di area agricola, i borghi risistemati e le medie città di antico prestigio, la tenuta di tutti i soggetti intermedi portatori di interessi o di istanze civili”.

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La Vera Cronaca

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