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Articolo 18: storia, significato e differenze con l’estero

L’articolo 18 continua a dividere l’Italia: da alcune settimane non si parla di altro. Abolire o no la famigerata norma contenuta nello Statuto dei lavoratori? L’Italia come detta è spaccata, ma ad essere divisi sono anche i politici che dovrebbero decidere al riguardo. Anche all’interno degli stessi schieramenti si assiste a litigi e divisioni.
A fare la parte del duro e puro sembra essere, in questo momento, il premier Matteo Renzi, intenzionato secondo sue dichiarazioni ad andare avanti con le riforme senza subire dictat da alcuno. E tra le riforme in questione ci sarebbe proprio quella relativa all’ articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Che è una legge piuttosto attempata, risalente agli anni ’70, ed il cui articolo in questione (il 18) va a rappresentare una tutela per il lavoratore regolamentando l’istituto del licenziamento illegittimo con le note clausole giusta causa o giustificato motivo.
Una norma che per anni è stata cavalcata da politici e politicanti di turno oltre che ammantata da ideologie che poi, sotto sotto, nascondono solo tutele di interessi esclusivi e insindacabili (ogni riferimento ai sindacati, che spesso hanno utilizzato l’articolo 18 come un’ arma, non è puramente causale).

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Il significato dell’articolo 18:

L’articolo 18 è un articolo contenuto nella legge n.300 del 1970, noto come Statuto dei lavoratori, che regolamenta a 360 gradi la figura del lavoratore e i suoi diritti. Si tratta di norme sulla tutela della libertà e della dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento.
L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori va a regolamentare la questione del licenziamento illegittimo del lavoratore andando, in sintesi, a prevedere che qualsiasi licenziamento non dovuto a valide ragioni ma soltanto a motivi discriminatori venga in automatico dichiarato nullo dal giudice il quale provvede anche al reintegro del lavoratore stesso.
Le norme dell’articolo 18 si applicano esclusivamente per le aziende con oltre 15 dipendenti e rappresentano (o almeno dovrebbero) una tutela per il lavoratore. Tuttavia queste norme hanno finito per ingessare il mercato del lavoro in entrata, con aziende e datori di lavoro in generale che, di fronte a norme così stringenti, ci pensano bene prima di assumere un lavoratore.
Cambiare, anche solo parzialmente, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori vorrebbe dire rendere più flessibile il nostro mercato del lavoro; il tutto naturalmente andando al contempo a garantire nuove tutele sociali per chi resta senza lavoro.

Come funzionano i licenziamenti all’estero

All’estero non sono molti i paesi con una normativa così rigida come quella italiana in materia di licenziamento del lavoratore e obbligo di reintegro. Quasi tutti garantiscono tutele date dall’obbligo di giusta causa e giustificato motivo, ma quello che differisce è l’obbligo di reintegro del lavoratore e come questo debba avvenire.
In alcuni paesi, come in Francia ad esempio, il reintegro ordinato dal giudice può essere rifiutato da ciascuna delle due parti in causa; l’approccio è quindi decisamente più soft. Altre realtà sono più rigide, come nel caso di Germania e Svezia, anche se, parlando del modello tedesco, lì l’opportunità di optare per un’ indennità sostitutiva al licenziamento è rimessa anche al datore di lavoro.
In Inghilterra, ancora, il diritto di reintegro non è proprio previsto. In Italia viceversa, la decisione spetta solo al lavoratore e l’indennizzo eventuale stabilito dal giudice può arrivare fino a 24 mensilità. Il tutto sempre parlando solo ed esclusivamente di imprese con oltre 15 dipendenti; per quelle al di sotto di questa soglia la possibilità di scegliere tra reintegro del lavoratore e risarcimento fa capo esclusivamente al datore di lavoro.
In linee generale in Europa tende quindi a prevalere la flessibilità (per chi vuole approfondire, consigliamo la guida di Intrage sui licenziamenti nei vari paesi europei), con indennizzi economici previsti per il lavoratore il cui licenziamento venga ritenuto ingiusto; il tutto anche sulla base dell’articolo 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che va a prevedere che “ogni lavoratore ha diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato”.

Articolo 18: quale futuro?

Quale sarà il futuro dell’articolo 18 è ancora da vedere; la lotta intorno a questa norma si fa sempre più serrata con prese di posizione forti, fratture anche all’interno di schieramenti che dovrebbero essere uniti (vedi il Pd) e minacce di scioperi (vedi i sindacati).
L’argomento d’altra parte è estremamente delicato e si sta assistendo ad un miscuglio e per certi versi ad un ribaltamento di ideologie di un tempo; molti hanno evidenziato la particolarità del fatto che ad abolire questo totem della sinistra sarebbe proprio un governo, quello di Renzi, che è (o almeno dovrebbe essere) di centro sinistra.
Dall’altra parte in favore della lotta dei lavoratori, oltre ai noti sindacati la difesa arriva anche da chi non te lo aspetti; addirittura alcune pagine su diversi social network, Facebook su tutti, di gruppi che si richiamano a ideologie di destra del passato prendono le difese dell’articolo 18. Ma d’altra parte le ideologie sono ormai morte e sepolte e, dato che ormai a contare sono esclusivamente gli interessi personali, può succedere anche questo.

Pubblicato in Focus

Scritto da

Gianpaolo Battaglia

Blogger, esperto di web e web marketing

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