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Debito pubblico italiano, una storia lunga decenni

Il debito pubblico italiano rappresenta una delle questioni più complesse e dibattute della storia economica contemporanea nazionale.

Non si tratta di un fenomeno recente, bensì di un fardello le cui radici affondano nell’unificazione stessa del Paese e che ha attraversato fasi di espansione drammatica e tentativi di risanamento.

Al riguardo, analizziamo come l’Italia sia arrivata a gestire una massa di debito superiore ai 3000 miliardi di euro, attraverso scelte politiche, congiunture internazionali e i mutamenti istituzionali che hanno caratterizzato gli ultimi 160 anni.

Le radici unitarie e il primo secolo di storia

Il debito pubblico italiano nasce ufficialmente con l’Unità d’Italia nel 1861. Il neonato Regno d’Italia decise strategicamente di onorare e accollarsi tutti i debiti degli Stati preunitari per accreditarsi presso i mercati finanziari internazionali come una nazione affidabile.

Inizialmente, il rapporto tra debito e Prodotto Interno Lordo si attestava intorno al 40%, ma crebbe rapidamente a causa delle spese necessarie per costruire le infrastrutture del nuovo Stato e per sostenere le guerre di indipendenza.

Entro il 1894, il rapporto aveva già superato il 100%. Tuttavia, un periodo di rigorosa disciplina fiscale e la crescita economica dell’età giolittiana permisero una riduzione significativa, portando il rapporto al 70% alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.

Le guerre mondiali e l’illusione della stabilità

I conflitti mondiali segnarono picchi estremi nella storia del debito. La Grande Guerra spinse il rapporto debito/PIL a livelli allora record, superando il 150% nel 1920.

Fu l‘inflazione post-bellica a “erodere” il valore reale del debito, un meccanismo che si sarebbe ripetuto in modo ancora più rilevante dopo il secondo conflitto mondiale. Tra il 1943 e il 1947, l’iperinflazione e la svalutazione della lira polverizzarono letteralmente il debito pregresso, portando il rapporto vicino al 40%.

Durante il cosiddetto “miracolo economico” degli anni Cinquanta e Sessanta, l’Italia godette di una fase di stabilità eccezionale: la fortissima crescita del PIL permetteva di finanziare lo sviluppo senza accumulare passività eccessive, mantenendo il rapporto intorno al 30-35%.

La svolta degli anni Settanta e il welfare state

La traiettoria positiva si interruppe bruscamente negli anni Settanta. In questo decennio, l’Italia affrontò shock petroliferi globali e una forte instabilità sociale, tra cui possiamo citare anche gli anni di piombo.

Per rispondere alle domande di protezione sociale e modernizzazione, lo Stato ampliò drasticamente il perimetro del welfare, istituendo il Servizio Sanitario Nazionale e riformando le pensioni.

Ciò portò a una espansione della spesa pubblica che non fu però accompagnata da un aumento equivalente delle entrate fiscali, né da una crescita economica paragonabile a quella del ventennio precedente. Iniziarono a comparire deficit primari strutturali, ovvero lo Stato spendeva sistematicamente più di quanto incassava, al netto degli interessi.

Il divorzio del 1981 e l’esplosione degli anni Ottanta

Il momento di rottura definitiva avvenne nel luglio 1981 con il celebre “divorzio” tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia.

Prima di allora, la banca centrale era obbligata ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti alle aste, finanziando di fatto il debito con la stampa di moneta (monetizzazione).

Per combattere l’inflazione galoppante, il ministro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decisero di rendere quest’ultima indipendente. Senza più il paracadute della banca centrale, lo Stato dovette offrire tassi d’interesse molto più alti per attrarre gli investitori privati.

La manovra, ancora oggi dibattuta, trasformò il debito in una valanga: tra il 1980 e il 1994, il rapporto debito/PIL passò dal 56% al 124%, alimentato non solo dalla spesa corrente ma soprattutto dalla enorme spesa per interessi.

L’era dell’Euro e le crisi del nuovo millennio

Negli anni Novanta, la necessità di rispettare i parametri del Trattato di Maastricht per entrare nell’Euro costrinse l’Italia a politiche di austerità e privatizzazioni.

Il rapporto iniziò a scendere lentamente, toccando il 104% nel 2007. Tuttavia, la crisi finanziaria globale del 2008 e la successiva crisi dei debiti sovrani del 2011 invertirono nuovamente la rotta. La crescita anemica dell’economia italiana e il costo del salvataggio del sistema finanziario riportarono il debito sopra il 130%.

L’ultimo capitolo drammatico è stato scritto dalla pandemia di COVID-19 nel 2020. Il crollo del PIL e l’enorme sforzo fiscale per sostenere imprese e famiglie hanno fatto balzare il rapporto al picco storico del 155% circa.

Nonostante una successiva ripresa, oggi il rapporto è intorno al 136%, il debito pubblico rimane la principale sfida per la stabilità economica dell’Italia, richiedendo una gestione cauta basata sull’equilibrio tra investimenti produttivi e sostenibilità dei conti nel lungo periodo.

Pierfrancesco Palattella

Giornalista, Web Writer, Seo copy, fondatore di La Vera Cronaca