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Il petrolio nell’Adriatico e il popolo anti trivelle

Dopo i no tav arrivano gli antri trivelle. Prosegue la battaglia tutta italiana contro le trivelle per cercare petrolio nell’Adriatico e si arricchisce di un capitolo importante.
Nelle ultime ore 10 Regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna e Veneto) hanno presentato in Cassazione quesiti referendari volti a cancellare una norma del decreto Sblocca Italia del governo e Renzi e del decreto Sviluppo figlio del precedente governo Monti.
Norme che erano finalizzate a consentire trivellazioni in mare entro 12 miglia dalla costa per cercare petrolio. La ricerca di petrolio e gas nei nostri mari non può dunque ripartire. Si parla qui soprattutto dell’Adriatico, dove secondo diverse stime ci sarebbero notevoli giacimenti di petrolio e gas.

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Petrolio e gas nell’Adriatico:

L’Italia avrebbe una notevole ricchezza nascosta: si parla di grandi giacimento di petrolio e gas naturale, soprattutto in Basilicata. Soprannominata il Texas italiano per questa sua ricchezza, la Basilicata e in particolare la zona della val d’Agri è la più grande riserva petrolifera d’Italia.
Nella regione viene estratto circa il 70% del petrolio e il 14% del gas del nostro paese. Molti abitanti del luogo sono stati risarciti con denaro per espropriazione di un pezzo di terra sul quale effettuare ricerche.
Una corsa alla petrolizzazione che non ha lasciato tutti soddisfatti dato che c’è chi si lamenta per una sorta di tradimento nei confronti di quelle che un tempo erano zone incontaminate. L’intero paese della Basilicata è attraversato da una moltitudine di tubi sotterranei che vanno dai tanti pozzi sparsi sul territorio al Centro oli.
Ecco perchè la Basilicata è considerato il più grande giacimento onshore dell’Europa occidentale. Contingenza che tuttavia non ha contribuito a cambiare il ruolo di quella che è ancora ad oggi una delle aree più povere della penisola.

Il Governo Renzi e il via al progetto nel 2014:

Il decreto Sblocca Italia del 2014 andava a prevedere anche lo sblocco di queste trivelle andando a togliere alle Regioni il potere di veto. Un’operazione piuttosto corposa quella prevista; si parlava di raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia con investimento fino a 15 miliardi di euro e 5mila nuovi posti di lavoro.
Un progetto piuttosto grande: “Se c’è il petrolio in Basilicata – aveva argomentato Renzi nel 2014 – sarebbe assurdo, in questo momento, rinunciarvi.” Sulla carta non fa una piega. D’altra parte le stime riferite al 2012 parlavano della presenza nel sottosuolo italiano di oltre 80 milioni di tonnellate di riserve certe equivalenti a 600 milioni di barili; 100 tonnellate probabili; e 55 tonnellate possibili.
La Direzione generale per le risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo Economico aveva, a fine 2012, rilasciato in tutto 115 permessi di ricerca concentrati soprattutto tra Emilia Romagna, Lombardia e Basilicata per l’appunto.

Lo stop delle regioni:

Tutto sembrava filare liscio; o almeno parzialmente, per quanto lisce possano filare queste cose in Italia, paese sempre diviso e dove molte realtà sono pronte a mandare all’aria tutto. referendum
Così è stato nelle ultime ore, con 10 Consigli regionali che, come detto, hanno depositato i 6 quesiti referendari contro le trivellazioni richiedendo l’abrogazione dell’articolo contenuto nello Sblocca Italia e di 5 articoli del decreto Sviluppo.
Si dovrà ora attendere circa un mese che l’Ufficio referendum della Suprema Corte vagli la correttezza nella forma dei quesiti proposti e li inoltri quindi alla Corte Costituzionale, incaricata come noto di valutarne l’ammissibilità.
Nel caso sarò necessario attendere il 2016 per la consultazione popolare. La partita del petrolio nell’Adriatico in sostanza, è ancora in alto mare (ci si consenta il gioco di parole) e la strada sembra essere ancora lunga.

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Scritto da

Matteo Vespasiani

Giornalista scomodo - "L'unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede..."

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