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Disuguaglianza sociale e suicidi in Italia

Le cronache dei giornali del 31/01/2010  hanno evidenziato il caso di un operaio di 36 anni, S.M., di Bergamo, il quale si è ucciso cospargendosi di benzina e quindi dandosi fuoco. Era rimasto senza lavoro, con il carico di disperazione collegato, insopportabile.
Il problema della perdita del posto di lavoro, certamente sottovalutato nelle sue conseguenze sociali più diverse, certamente non viene affrontato con la decisione e l’autorevolezza che richiederebbe: sembra talvolta inutile ricordare che al lavoro è legata gran parte dell’identità sociale delle persone.

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Dalla perdita del lavoro al suicidio

Venire licenziati o messi in cassa integrazione, infatti, può dare una sensazione di poco valore della propria vita e conduce inevitabilmente sul terreno della perdita della dignità. Il caso trattato all’inizio, chiaramente non è isolato e segue altre gravi storie e tragedie di cui abbiamo letto e leggiamo continuamente sui media: come il caso di Claudio R, cinquantenne di Roma, che rischiava di perdere il posto di lavoro, dopo aver subito un lutto familiare e la separazione dalla moglie e dalla figlia ancora adolescente.
Il 20 maggio 2009 si è recato come al solito nell’ufficio dove operava come tecnico  da 28 anni presso l’azienda Ericsson, ma verso l’ora di pranzo, all’improvviso, si è recato sul terrazzo lanciandosi subitaneamente nel vuoto dall’ottavo piano.
O come il caso verificatosi nello scorso dicembre, quando per via della crisi che aveva subito la sua attività nel settore immobiliare ove operava insieme al fratello M. Z., non trovando via d’uscita alcuna dalla grave situazione finanziaria in cui si trovava, ha deciso di farla finita con la vita.

La crisi dei piccoli imprenditori

Nel settore dei piccoli imprenditori certamente il caso di M.Z. ne seguiva altri altrettanto drammatici come quelli accaduti aTreviso nel maggio dell’anno scorso, dove un manager della società Simec si era ucciso gettandosi sotto un treno, probabilmente perchè molto turbato dal fatto di dover comunicare per conto della detta società, l’avvio della cassa integrazione per i dipendenti cui era molto legato.
Nell’altro caso di suicidio, si trattava invece del titolare di una piccola azienda del settore della lavorazione del legno, che si era tolto la vita impiccandosi, per il dramma che stava vivendo per via della crisi che lo stava costringendo a dover lasciare a casa alcuni dei suoi dipendenti.

Quanti suicidi per la crisi:

La continuità e la complessità del fenomeno che riguarda i suicidi per via della crisi e della perdita del posto di lavoro non è facile da risolvere in quanto direttamente originate dall’aumento avvenuto negli ultimi anni della disuguaglianza e dell’iniquità sociale che, presso alcune categorie di lavoratori, talvolta non lasciano alternativa alcuna al suicidio. Considerando anche che l’intervento del governo e dello Stato sui bisogni e sui problemi delle persone in difficoltà è ridotto a dei semplici, ridicoli, spot pubblicitari.
Inoltre il problema dell’aumento dei suicidi di cui abbiamo detto è da associare a quello dell’aumento di omicidi e violenze futili (il caso del quindicenne di Torino ucciso per una sigaretta negata è caso delle scorse ore); a quello dei morti  per troppa fatica (recenti casi di indiani, romeni, polacchi  morti di fatica o spariti nel nulla per mezzo di un capolarato che supera nei comportamenti quello dei negrieri) dove lo sfruttamento più vigliacco è all’ordine del giorno contando su mancanza di controlli da parte degli ispettori del lavoro che talvolta risultano conniventi; a quello dei troppi suicidi nelle carceri che sempre più spesso nascondono mancanza di rispetto dei più elementari diritti costituzionali.
C’è chi riesce attraverso lo studio analitico dei fatti elencati a risalire alle precise responsabilità legate a tale realtà: secondo il rapporto Eurispes pubblicato il 29/1/ 2010 il freno alla modernizzazione del nostro Paese proviene dai nostri uomini politici. Ma questo lo sapevamo già.

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