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Satira

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La La Molestia Land! Weinstein, Brizzi e perfino Carlo Tavecchio

Sono solo alcuni dei nomi che nelle ultime settimane sono stati gettati in pasto ai giudici popolari, ben più rapidi dei tribunali italiani ad emettere sentenze di condanna commutate in gogna mediatica, che se da un lato non basta a renderli dei pregiudicati, al contempo li costringe a dimissioni, a improvvise scomparse di “title credits” sui film in uscita, a divorzi o altre crisi familiari.
Cosa hanno in comune quei tre derelitti – perchè di ciò si parla, oltre che di una conferma al vecchio adagio per cui non sempre i soldi fanno la felicità, ma aiutano a pagare buoni avvocati – oltre alle gravi accuse che pesano sulle loro sin qui forti spalle?
Si spazia dal “regista romano ultraquarantenne” (come è stato definito in fase di “indagini” condotte – è proprio il caso di dirlo – da una trasmissione televisiva, e non dalla procura della Repubblica) al manager sportivo ormai vicino agli ottanta, sebbene il fulcro dello scandalo giri intorno a quello che le sue vittime – sinora non smentite – hanno definito il “porco di Hollywood”, quel Weinstein la cui prima moglie, vale la pena ricordarlo, era una sua assistente alla Miramax).

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Cosa hanno in comune i 3 personaggi?

In comune, quegli uomini lì, hanno il Potere, che la Treccani definisce come “capacità di influire sul comportamento altrui, di influenzarne le opinioni, le decisioni, le azioni, i pensieri“, ma anche “capacità di attrarre, di legare a sè, di mettere in uno stato di soggezione psicologica“, ma soprattutto quello che, secondo Andreotti, logora chi non ce l’ha.
C’è un aspetto misterioso in questa sordida storia di potere, molestie, avances più o meno riuscite e malaffare: tutte le vittime hanno evitato di denunciare pubblicamente ciò che di disgustoso – a sentir loro – avrebbero subìto e, anzi, qualcuna di loro avrebbe accettato anche dei soldi (che sarebbe più opportuno definire vitalizio laddove i soldi in questione ammontano ad 1 milione di dollari) per tacere e insabbiare tutto. Ma tutto cosa?

Le molestie sessuali sul luogo di lavoro

Qualcuno ha detto che se finisci in certi ambienti, non puoi far finta di ignorare che riceverai certe attenzioni, e forse a dirlo sono gli stessi per cui la minigonna altro non è che una giustificazione allo stupro. Tutti siamo d’accordo, se l’ambiente di cui si parla è il provino per un porn movie, dove la dimostrazione di possedere arti amatorie è condizione necessaria all’ottenimento della parte, che peraltro poco differirà dal provino.
Meno d’accordo sicuramente lo siamo nel momento in cui proposte sessuali o molestie arrivano sul luogo di lavoro. Però – perché un però c’è e non si può negare – se ti presenti a un provino e il tuo potenziale datore di lavoro ti offre un massaggio o ti chiede di spogliarti, forse hai sbagliato annuncio. Al riguardo nessuno riuscirà mai a farci perdere alcune convinzioni.

Ottenere scorciatoie di carriera accettando pressioni

Primo: ognuno – donne comprese, ovviamente… – è libero di comportarsi come crede, nei limiti della legge, perché i limiti morali sono un’altra cosa e su quelli è ben più arduo discettare e giudicare, ché altrimenti non si avrebbero casi di persone che si spingono in pratiche sessuali consenzienti ben lontane dalla comune percezione del piacere.
La condotta di un uomo determinerà la compagnia di cui si circonda. Un’attrice, avvenente o meno, conoscerà il proprio limite morale e senza dubbio sa, al pari di altre categorie professionali, che accettando o meno determinate “pressioni” potrà ottenere scorciatoie di carriera.
E’ forse vietato? Sarò libero, io, di decidere che un determinato film lo voglio far girare alla ragazza che mi porto a letto, o andare a letto con chi in cambio mi offrirà il ruolo nel film?
Fortunatamente, il livello “morale” delle persone non è uniforme, e la maggioranza di esse si astiene da mercimoni basati sul proprio corpo. E se qualcuno mi forza? Oltre a potermi rifiutare (perché la violenza sessuale ha una costrizione fisica che esula dall’argomento di cui si discute), sono nella mia piena facoltà di esercizio del diritto di denuncia.
Se la mia paura è che una denuncia possa chiudermi altre porte, sto di fatto legittimando la condotta che condanno.

Le ‘attrici’ quasi sempre accettano la parte

Secondo: dei fatti ampiamente descritti dalle cronache recenti emerge un ulteriore dettaglio non di poco conto che riguarda le vittime accusatrici. Le artiste “provinate” hanno il più delle volte accettato la parte.
Come si sarebbero comportate se le offerte di massaggi e la forzata masturbazione cui avrebbero dovuto assistere loro malgrado fossero arrivate da un uomo qualsiasi e non da colui che avrebbe finito con il concederle la parte?
Avrebbero taciuto anche in quel caso? Ci si sorprende della “doppia vita” degli accusati, ma quante delle presunte o reali vittime che hanno poi accettato le presunte o reali molestie hanno poi raccontato ai propri mariti o compagni di avere, di fatto, masturbato un regista o produttore perché solo così avrebbero ottenuto la parte?
E qual è il giudizio da riservare a quelle che hanno pubblicamente dichiarato di avere accettato fino a 1 milione di dollari per non denunciare, salvo poi chiedere oggi (incassato l’assegno) la pubblica gogna per coloro che le avrebbero costrette (sempre senza violenza, perché nessuna ha parlato di pistole puntate, quanto piuttosto di “pistolini” di uomini ampiamente oltre la mezza età).

Se si accetta la lusinga per qualche minuto di notorietà

Terzo: qual è il vero discrimine tra molestia e lusinga? Si conoscono donne che hanno “tollerato” per un decennio le sottili avances di colleghi bellocci o potenti per il solo gusto di piacere, per l’effimero brivido della seduzione. Se le attenzioni provengono da colleghi meno avvenenti o di rango inferiore, solitamente sono meno gradite e vengono respinte con fermezza. Non sarà che il vero discrimine tra molestia e lusinga è dato da potere e bellezza?
Non sarà che la verità, in fondo in fondo, è che ai produttori e registi, porci e maiali che siano, purché potenti, è preferibile non dire di no, tanto da riuscire a comparire in pubblico accanto al proprio “aguzzino” nei dieci anni successivi?
Non sarà che le denunce postume sono solo il risarcimento – tardivo – per i ruoli non ottenuti o per lavarsi la coscienza dopo avere accettato subdole offerte e squallide proposte di cui, crescendo, ci si pente, assorte ormai da altri pensieri sul comodo divano di una villa che solo un attore può permettersi e che spesso non prescinde dal preliminare passaggio sul meno comodo divano del regista o produttore?

Pubblicato in Satira

Scritto da

Gianfabio Florio

Scrittore tagliente ed ironico; avvocato e romanziere.

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