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Pensieri di una ragazza albanese in Italia

Spiegare delle sensazioni è sempre molto difficile, soprattutto quando ci si trova a doverle descrivere affinchè siano comprensibili. La mia terra per quanto denigrata, a volte quasi dimenticata dal resto del mondo, rimane e rimarrà per me sempre un posto magico. Tante volte quando sento parlare dell’Albania con tono quasi sprezzante e denigratorio, vorrei urlare e domandare “se chi sparla di questo Paese, sa veramente che cosa ha passato; se conosce la sua storia, la sua cultura e le sue tradizioni.” L’Albania è il “Paese del gommone” per tanti e io dentro me stessa provo un fortissimo e deciso senso di ribellione nei confronti di questo pregiudizio culturale, perché ciò su cui non ci si sofferma mai è sulla disperazione, sullo strappo che ti si crea in fondo all’animo quando lasci i tuoi cari e parti (o sarebbe meglio dire partivi considerato che ormai è un fenomeno superato), per una traversata “in gommone”.

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Ancora oggi rivedere le immagini di quella nave mercantile piena di miei connazionali, colpevoli solo di volere un futuro migliore per i propri figli, affondare e portare con sé tutti i sogni e le speranze di un popolo che ha da sempre considerato l’Italia una specie di meta da raggiungere per vivere meglio (“per vivere meglio”), mi fa venire i brividi nonostante i miei sono i ricordi di una bambina (e non mi interessa soffermarmi su quali siano state le cause e le responsabilità di quanto avvenne), perché quel giorno non morirono solo degli albanesi o degli immigrati o dei clandestini (come va di moda dire oggi) ma morirono PERSONE.
Oggi per fortuna l’Albania piano piano sta riuscendo ad emergere dalle sue difficoltà attraverso il suo carattere forte, che tanto ricorda il suo eroe nazionale e che nasce anche dalla sua storia di Paese che si è sempre dovuto difendere dall’invasione straniera e da un periodo molto duro di regime comunista. Il comunismo albanese è stato molto rigido, ma non per tutti è stato un periodo buio.
Avevamo tutti una casa, avevamo da mangiare, avevamo un lavoro, la soddisfazione non nasceva dall’avere un qualcosa in più rispetto al tuo vicino (parlo di beni materiali) ma dalla possibilità di coltivare i rapporti con i propri cari e tutto sommato la qualità della vita non era poi tanto male, però purtroppo si trattava pur sempre di una dittatura con tutti i limiti del caso. Il problema dell’Albania oggi è questa rincorsa alla bella vita, questa smania di creare a tutti i costi “il business”, il problema sta nel voler vivere al di sopra delle sue possibilità.

 

Il mio è anche il Paese delle contraddizioni, città che ricalcano lo stile “europeo” sotto tutti i punti di vista a dispetto di un entroterra che invece ci riporta con la memoria a ciò che si vedeva negli anni ’40; il mio è un Paese dove le religioni convivono serenamente (a dispetto di quello che succede al di fuori dei nostri confini), probabilmente anche perché il comunismo ha certamente mitigato possibili fanatismi religiosi.
Arrivare in Italia per me non è stato un trauma, non sono arrivata in “gommone” e non ho dovuto fare documenti falsi per varcare il confine. Ho trovato un Paese per molti versi simile al mio, anche e soprattutto in considerazione delle usanze e delle tradizioni (va però detto che non tutta l’Italia è uguale a se stessa, quindi in effetti mi riferisco a quella parte di Italia che conosco). Personalmente non ho trovato razzismo, non ho trovato diffidenza (ma una grande città da questo punto di vista ti garantisce sotto molti aspetti, soprattutto in considerazione di una apertura mentale diversa).
In Europa, in Italia c’è un gran discutere intorno al tema clandestini e vorrei che fosse chiaro che siamo noi stranieri cosiddetti “regolari” che per primi ci auspichiamo che questo fenomeno sia combattuto nella maniera più efficace possibile, perché essere clandestino non vuole dire, così come nella accezione che ormai comunemente descrive il termine, essere un tipo poco raccomandabile, ma vuole dire essere un’ombra, non esistere. E questo essere ombra non si traduce solo in criminalità, ma la maggior parte della volte sta a significare mancanza dei diritti basilari che stanno alla base della vita umana civile.

Per ultimo ci tengo a dire a tutti coloro che vedono lo straniero come un pericolo o come un elemento da evitare, che vivere e lavorare in un Paese diverso da quello d’origine è difficile non a causa del razzismo di 4 ignoranti, ma perché allontanarsi da casa non sempre è una decisione “libera”; tante volte sono la necessità e la sopravvivenza che ti portano ad allontanarti dai tuoi affetti, dai tuoi cari, dai tuoi luoghi di provenienza e, per noi albanesi, da quelle splendide montagne dove ci sono le aquile.

 

Merita Dedaj

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La Vera Cronaca

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