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Legge intercettazioni e rischio eversivo di Rodotà

Scrive Robert Maynard Hutchins nella sua opera Great Books: “E’ improbabile che la morte della democrazia sia un assassinio perpetrato mediante un’imboscata. Sarà piuttosto una lenta estinzione per apatia, indifferenza, sottonutrizione“.
Tale concetto è stato ripreso ed approfondito per nostro vantaggio, a proposito della nuova legge sulle intercettazioni telefoniche in discussione al senato per l’approvazione, dal prof. Stefano Rodotà, attraverso un articolo pubblicato nelle ore scorse dal giornale “La Repubblica” che non può e non deve passare inosservato, dato il tenore ed i contenuti di primaria importanza per la nostra vita sociale e collettiva, in esso chiaramente esposti.
L’articolo ha titolo “La legge che ordina il silenzio stampa” e fin dall’inizio si presenta come un urlo d’allarme straordinario.

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Stefano Rodotà e il rischio eversione:

Esordisce Rodotà: “Se la legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità d’indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici“.
Sul nostro giornale La Vera Cronaca più volte abbiamo descritto ai nostri lettori il grado di corruzione generale vigente nel nostro Paese, che risparmia ben pochi livelli sociali ed istituzionali e che si alimenta attraverso una specie di imprimatur dovuto a leggi create ed approvate certamente non con il proposito di risolvere i gravi problemi da cui è oberrata la giustizia. Le connivenze tra apparati di controllo e soggetti controllati emergono quasi quotidianamente dalle cronache giornalistiche provocando ormai solo un’indignazione circoscritta e debole, incapace comunque di dar vita a quelle azioni di rivolta che sarebbero necessarie per un cambiamento.
I reati contro la pubblica amministrazione si moltiplicano esponenzialmente trovando un contrasto soltanto in pochi magistrati che devono vedersela con una classe politica che, invece di agevolare il loro lavoro, troppo spesso li ostacola in vari modi. Nelle carceri, com’è noto, vivono in condizioni umane impossibili soltanto poveracci e disperati, essendo i potenti di tutti i settori ultraprotetti da rischi detentivi. Una situazione del genere, ovviamente rende fragile la nostra democrazia, in cui facilmente possono inserirsi provvedimenti legislativi che potrebbero avere risvolti eversivi.

Distruggere le intercettazioni su persone estranee alle indagini:

Continua Rodotà: “Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti”. 
E’ per molti nota la verità insita in questa analisi che coincide con quella espressa tempo fa da Rousseau nel Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza fra gli uomini che così affermava: “I popoli, una volta avvezzi ad avere padroni, non sono più in grado di farne a meno“.

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