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Berlusconi e le tasse: la storia si ripete

Fin dagli arbori della sua apparizione sul quadro politico del Paese, il premier Silvio Berlusconi si è sforzato di far comprendere ai cittadini italiani l’importanza di un abbassamento delle tasse (anche se, data la situazione, non avevano bisogno della sua illuminazione).
Come Svetonio, ha insistito a lungo sbandierando non pochi slogan propagandistici in merito che, come tutti sappiamo, non sono mai approdati a nulla di concreto. “Boni pastoris esse, tondere pecus, non declubere – Il buon pastore deve tosare le pecore, non scorticarle“.

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Il contratto con gli italiani:

Nelle ore scorse, nel suo atteso intervento in Parlamento, ha ritirato fuori ancora una volta il suo antico proposito di riduzione del peso fiscale che, già nel 1994, si traduceva in una proposta, quasi subito naufragata, di una tassazione a due sole aliquote, al 23 e al 33%. Questo, 16 anni fa.
Sette anni dopo, notando che il giochetto funzionava bene per raccogliere consenso elettorale, tornò, novello Carneade, a rispolverare l’argomento riduzione tasse con le collegate promesse.
Addirittura sottoscrivendo, nel corso della trasmissione televisiva “Porta a Porta” di Bruno Vespa, in mezzo ad uno scenario appositamente creato allo scopo del raggiungimento del massimo effetto presso i telespettatori-elettori, un “contratto con gli italiani” nel quale, con un ulteriore tocco scenico da bravo psicologo, aveva fatto intervenire nello studio televisivo un autentico notaio.
Chiaramente, una volta eletto s’è guardato bene dal mantenere le sue promesse, malgrado la possibilità di governare con una maggioranza parlamentare mai vista in Italia.
Ha scritto Belli: “Nun c’è soverchiaria, nun c’è ripicco/ che nun passi coll’arma der zecchino./ Viva la faccia di quann’uno è ricco!

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