Seguici su:

Focus

Letto 3212 Volte
Condividi

Garibaldi, Scanderbeg e l’Unità di Italia

Non molti sanno che la comunità albanese del Sud-Italia fu una delle più importanti componenti in lotta per l’unificazione del nostro Paese.
Le idee mazziniane infatti, sostenute decisamente in Sicilia e in Europa dall’albanese Francesco Crispi, mente storica della spedizione dei Mille, si erano diffuse capillarmente presso i paesi arbereshe della Calabria, dando luogo ad eventi straordinari da parte di moltissimi uomini che la Storia avrebbe in seguito glorificato come Eroi dell’Indipendenza italiana.
Non essendo nostra intenzione annoiare chi ci legge col lunghissimo elenco di tali valorosi, riteniamo di fermarci alla biografia di uno di questi che ci sembra rappresentare al meglio la folta schiera di cui parliamo.

Pubblicità

Domenico Damis, patriota arbereshe:

Si tratta di Domenico Damis che nacque il 24/02/1824 da Antonio e da Lucia Irianni; studiò a San Demetrio Corone e poi a Napoli dove il 30 giugno 1847 conseguì la laurea in giurisprudenza. Già nel 1844 era stato della “Giovane Italia” e assieme col fratello Angelo aveva preso parte al moto insurrezionale cosentino.
Nel 1848 comandò i 200 lungresi e più insorti di Lungro che partirono per lo sbarramento del passo di Campotenese; combattè poi a Monte Sant’ Angelo. Nel 1851 venne arrestato in Lungro in casa del gregario Raffaele Molfa e tradotto prima a Castrovillari e poi a Cosenza. La Gran Corte Criminale, con sentenza 09/08/1852, lo condannò a 25 anni di ferri di 4° grado per attentato e cospirazione contro lo Stato e 300 ducati di malleveria.
Il 26/11/1852, internato nella galera di Procida col numero 9849 di matricola, venne accoppiato alla catena prima con Costantino Bellizzi da San Basile che morì dopo cinque mesi e quindi col compaesano Raffaele Martino. Dalla matricola della prigione risultano numerose inquisizioni a carico suo per il sospetto di cospirazione.

Tenente colonnello e del reggimento albanese

Spesso venne inviato a Nisida e a Napoli per subire interrogatori, essendo sospettato di intesa col Kossut, col Mignogna, col Poerio, col Fanelli ed altri. Durante la prigione si dedicò a rigorosi studi letterari e storici compilando commenti alle opere di Tacito, di Cicerone, al Paradiso Perduto di Milton.unità-di-italia
Al Volturno fu tenente colonnello e comandò il reggimento albanese nel combattimento sotto Capua dove guadagnò una medaglia d’argento al V. M. e riportò una ferita ad un occhio che in seguito perderà. Entrato nell’esercito nazionale, vi percorse la carriera fino al grado di Tenente Generale.
Fu il primo deputato del Collegio di Castrovillari, ove fu eletto nella VIII, IX e X legislatura. Oltre al Damis di Lungro, al Parlamento italiano sedettero altri arbëreshë, come Crispi, Mauro, Mosciaro, Pace, Majerà e Tocci. Membro dell’Accademia Pitagorica, del Consiglio Albanese di Roma, Commendatore di San Maurizio e Lazzaro, Croce d’oro di Savoia. Morì a Lungro il 4 ottobre del 1904.

Garibaldi e i combattenti albanesi:

A questo punto ci sembra di aver evidenziato abbastanza chiaramente come, durante l’impresa garibaldina, la Storia degli albanesi di Calabria e quella d’Italia cominciano ad intrecciarsi indissolubilmente. Questo legame profondo era dovuto a Giuseppe Garibaldi, perfetta incarnazione del mito romantico, spirito fiero e incorruttibile, combattente per la libertà e l’unità della Nazione.
Proprio come Giorgio Castriota Scanderbeg, Giuseppe Garibaldi perciò rappresentava la reincarnazione dell’Eroe shqiptaro, simbolo e riferimento dell’identità stessa degli albanesi di Calabria. Ecco perchè quando l’Eroe dei due Mondi nel 1860 passò in Calabria, si formò istantaneamente un battaglione albanese (solo gli uomini della cittadina di Lungro furono ben 500) che combattè in modo superlativo sul Volturno, tanto da far dire a Giuseppe Garibaldi, rivolto a Domenico Damis che li comandava: “Damis, questi tuoi albanesi sono leoni!“.
Non pensiamo di essere in errore affermando che sì, quegli albanesi, cui dobbiamo molto, in battaglia erano proprio gli stessi leoni di Scanderbeg di qualche secolo prima. Lo dice anche una poesia  di Zep Serembe: “il grande prode in camicia rossa / eguaglia il nostro Scanderbeg / perche’ quando con fierezza / impugna la spada / quale folgore brucia e squarcia“).

Pubblicato in Focus

Scritto da

Potrebbe interessarti

Lascia un commento

Seguici su: