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Ancora passi avanti contro la pena di morte

Si è svolto qualche giorno fa, a Ginevra, il Congresso mondiale contro la pena di morte, che  ha visto in crescita il processo di sensibilizzazione internazionale intorno a questo tema, con 141 paesi che ormai non fanno più ricorso alla pena capitale.
Addirittura in Cina, paese molto spesso alla ribalta delle cronache per i casi di persone giustiziate in pubblico, la Corte suprema ha espresso l’invito alle autorità preposte a riservare la pena di morte a casi particolarmente gravi, revocando nel contempo ai tribunali locali la facoltà di applicare tale sanzione.
Su “Le monde” il portavoce della Comunità di Sant’Egidio, Mario Marazziti, ha scritto che “La pena capitale non è solo una questione di giustizia interna agli Stati, ma rientra nell’interesse comune perché riguarda i diritti umani”.
Grazie alla creazione della Coalizione mondiale contro le esecuzioni, si assiste adesso  alla più grande mobilitazione interculturale mai messa in moto su questo tema. Tale realtà comincia a dare i suoi frutti preziosi con la visione di una  pena di morte che finalmente arretra.

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La situazione pena di morte nel mondo:

Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, ma anche Gabon, Togo e altri paesi africani hanno fatto la differenza imboccando la via abolizionista. Li stanno per seguire  anche Filippine, Mongolia e Taiwan. Come tutti sappiamo, la pena di morte non serve come deterrente per i crimini.
In Giappone, per esempio, dove la pena di morte è prevista dalla legge, tra il novembre del 1989 ed il marzo del 1993 le esecuzioni vennero sospese perchè i ministri di giustizia dell’epoca erano contrari alla pena di morte: durante la moratoria, e ciò convalida quanto da sempre asseriscono numerose associazioni internazionali che si battono da moltissimi anni contro questa degradante pratica, il tasso di criminalità non aumentò, anzi  fece emergere una diminuzione.
L’argomento più frequentemente chiamato in causa a favore della pena di morte, come si sa, è quello della deterrenza: secondo tale punto di vista condannare a morte un imputato dissuaderebbe altre persone dal commettere lo stesso reato. Esso non si è dimostrato assolutamente valido, per diversi motivi, come,  per esempio, nel caso del reato di omicidio, dove è sempre stato oltremodo difficile affermare che tutti o gran parte degli omicidi vengano commessi dai colpevoli dopo averne ben calcolato le conseguenze.

 

Pena di morte e tasso di criminalità:

Molto spesso gli omicidi sono avvenuti ed avvengono in momenti di particolare ira, oppure sotto l’effetto di droghe o di alcool, oppure in momenti di panico. In nessuno di questi casi si può affermare la logica secondo cui il timore della pena di morte possa agire come deterrente. Oltre al fatto che la tesi della deterrenza non è assolutamente confermata dai fatti.
Se infatti la pena di morte fosse un deterrente si dovrebbe registrare nei paesi che ancora la adottano un continuo calo dei reati punibili con la morte e i paesi che mantengono la pena di morte dovrebbero avere un tasso di criminalità minore rispetto ai paesi abolizionisti. Nessuno studio è  mai riuscito a dimostrare queste affermazioni e a mettere in relazione la pena di morte con il tasso di criminalità.
Diceva il nostro grande Cesare Beccaria: “Parmi un assurdo, che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e che per allontanare i cittadini dall’assassinio, ne ordinino uno pubblico”.

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