Questo sito utilizza i cookies per migliorare la vostra esperienza di navigazione. Cliccando su uno qualsiasi dei link in questa pagina o proseguendo la navigazione, si acconsente all'uso dei cookies.

Giovedì, 15 Dicembre 2016 15:15

Caterina Fort, la Belva di San Gregorio

Antoniuccio è sul seggiolone, 10 mesi, il braccio sinistro penzola inerte, ha il capo chino. La madre, Franca Pappalardo, faccia a terra, è in una pozza di sangue; accanto a lei, prono, c’è Giovannino, 7 anni. Giuseppina, 5 anni, la sorella di Antoniuccio e Giovannino, giace su un fianco, al centro della cucina. Sono tutti morti.
Ore 21:00 circa del 29 novembre 1946, Milano, via San Gregorio, 40. Chi è stato a uccidere e perché si saprà presto. A ventiquattro ore dal primo fatto di cronaca nera del dopoguerra, dopo diciassette ore di pressanti domande, una donna confessa: è Caterina Fort, la Belva di San Gregorio.

 

L’articolo di Dino Buzzati sulla Belva:

Dino Buzzati così scrive su ‘Il Nuovo Corriere della Sera’: “Una specie di demonio si aggira dunque per la città, e sta forse preparandosi a nuovo sangue. L’altra sera noi eravamo a tavola per il pranzo quando, poche case più in là, una donna ancora giovane massacrava, con una spranga di ferro, la rivale e i suoi tre figlioletti. Non si udì un grido. Negli appartamenti vicini continuavano, fra tintinnio di posate e stanchi dialoghi, i pranzi familiari come se nulla fosse successo, e poi le luci ad una ad una si spensero, solo rimase accesa nel cortile quell’unica finestra al primo piano”.

La scena del delitto:

La mattina del 30 novembre 1946, Pina Somaschini, commessa nel negozio di Giuseppe Ricciardi, detto Pippo, marito di Franca Pappalardo e padre dei tre bambini, si presenta in via San Gregorio per prendere le chiavi e aprire la bottega di tessuti in via Tenca.
La porta dell’appartamento dei Ricciardi è socchiusa, entrando, quello che vede la Somaschini è descritto poco sopra e sarà visibile a tutti, di lì a poco, sui quotidiani, che ne daranno notizia senza risparmiare macabri particolari e foto.
Nugoli di cronisti, fotografi e curiosi si assiepano presto in via San Gregorio, mentre gli inquirenti sono al primo piano dello stabile per i rilievi di rito. Intanto, in strada, le voci girano e parlano di una donna, una che è l’amante di Pippo, che era anche la sua commessa, prima di essere licenziata, prima che a Franca Pappalardo arrivassero quelle stesse voci, che dalla Sicilia l’avevano fatta arrivare a Milano in fretta e furia poco tempo prima.

Una telefonata anonima che indirizza le indagini:

Inizialmente, Giuseppe Ricciardi vive da solo a Milano. Assume Rina come commessa per farsi aiutare e presto i due diventano amanti.
Girano insieme, per bar e locali, pubblicamente, tutti sanno e molti, soprattutto quelli che come Pippo sono emigrati dalla Sicilia nel capoluogo lombardo e vivono in quella zona, vicino a Stazione Centrale, non approvano.
Una telefonata anonima, una delle prime registrate nella nostra storia, arriva alla questura milanese durante i giorni degli interrogatori: “Guardate che è stata la Fort, ma non da sola, indagate, indagate”.
Questa telefonata fa seguito a una lettera indirizzata alla questura di Milano e con timbro postale del 30 novembre: “Da fonte sicura siamo in grado di precisare che a uccidere Franca Pappalardo e i suoi tre bambini è stata Caterina Fort e con lei due loschi figuri della Stazione Centrale.
Il delitto è stato concertato otto ore prima. Anche lui ne era al corrente. Bastonateli bene che parleranno. Non ci firmiamo perché abbiamo paura di rappresaglie”.

Testimonianze su quanto accaduto:

Pippo Ricciardi ha un alibi di ferro. La sera del 29 novembre è a Prato, in cerca di stoffe per il negozio. Di due altre persone si parla nella seconda deposizione fornita dalla Forte:


“… (Ricciardi) AL caffè Pagani mi presentò un uomo … Con il nome di Carmelo … Trattavano della situazione commerciale di Ricciardi e compresi che Carmelo doveva essere un contrabbandiere … Essi furono d’accordo che con i quattro o sei milioni ricavati dalla vendita del negozio Giuseppe avrebbe comprato della merce che Carmelo avrebbe trasferito all’estero.
I due avrebbero finto un furto sia nel magazzino che nell’appartamento di Ricciardi … (La merce) Sarebbe stata poi portata nella mia abitazione dove io avrei dovuto nasconderla … Chiese il mio aiuto, perché partito lui (Ricciardi, che andò a Prato), telefonassi alla signora Franca avvertendola che nella sera sarebbe venuto un suo cugino da Catania …
Entrammo
(nell’appartamento in via San Gregorio, dopo che Franca Pappalardo aprì) io che ero rimasta dietro stavo per chiudere la porta. Non avevo ancora compiuto questo gesto, quando un’altra persona, mai prima vista né sentita, mi spinse violentemente contro la signora. Essa aveva il bambino in braccio … Credo che Carmelo lo abbia preso e posto sul seggiolone …
La signora Franca, credendo ad un’aggressione, mi afferrò per i capelli … A un tratto la vidi cadere … Carmelo o l’altro le avevano dato un colpo … Carmelo si avventò sulla signora. Stese le mani, ne girò il corpo con la testa in giù e le saltò addosso … Non ho visto né colpire né morire i bambini …”.

La ricerca di un misterioso ‘Carmelo’:

A causa di questa seconda deposizione, sono fermati numerosi uomini con il nome ‘Carmelo’, cinque finiscono in carcere per un breve periodo, uno, Carmelo Zappulla, è accusato di essere il mitico Carmelo e a San Vittore ci resta per venti mesi.
Quella di Rina Fort nei confronti di Carmelo Zuppala è una calunnia, così decreta la Corte d’Assise il 20 gennaio del 1950, l’uomo è innocente; anche nei confronti di Giuseppe Ricciardi non c’è nessuna accusa. Ma c’è anche una prima deposizione, in cui Rina Fort racconta le cose in un altro modo:


“… Bussai alla porta d’ingresso della famiglia Ricciardi. La signora richiese chi fosse e poi aprì la porta. Entrai porgendole la mano ed ella mi salutò cordialmente. Ricordo che reggeva in braccio il piccolo Antoniuccio …”.

Poi la Pappalardo, messo Antoniuccio nel seggiolone si rivolge alla rivale: “Cara signora lei si deve mettere l’animo in pace e non portarmi via Pippo che ha una famiglia con bambini. La cosa deve assolutamente finire perché sono cara e buona, ma se lei mi fa girare la testa finirò per farla mandare al suo paese”.

 

Detto ciò, la Pappalardo va a cercare un cavatappi per aprire una bottiglia di liquore da offrire a Rina che si sente svenire. Così segue la deposizione della Fort.

 

La confessione della Fort:

“Ruppi il collo della bottiglia di liquore bevendone in abbondanza. La signora, allora, udito il colpo della bottiglia, si precipitò verso di me. Accecata dalla gelosia e dalle parole poco prima rivoltemi dalla Pappalardo, oltre che eccitata dal liquore, mi alzai andandole incontro. …
Alla mia vista essa si spaventò indietreggiando, mi avventai sopra di lei e la colpii ripetutamente alla testa con un ferro che avevo preso in cucina e di cui non sono in grado di precisare le dimensioni. La Pappalardo cadde tramortita sul pavimento, io continuavo a colpire. Il piccolo Giovannino, mentre colpivo la madre, si era lanciato in difesa di lei afferrandomi le gambe."

 

Così ho ucciso anche il piccolo Giovannino:

"Con uno scrollone lo scaraventai nell’angolo destro dell’anticamera e alzai il ferro su di lui: alcuni colpi andarono a vuoto e colpirono il muro, altri lo raggiunsero al capo.
Preciso di aver abbattuto prima Giovannino, poi, entrata in cucina, colpii la Pinuccia, ad Antoniuccio seduto sul seggiolone infersi un colpo solo, in testa. Frattanto Giovannino si era alzato dall’angolo dove giaceva, per cui calai su di lui altri colpi… Non era ancora morto nessuno.
La Pappalardo fissandomi con occhi sbarrati diceva sommessamente: ‘Disgraziata. Disgraziata. Ti perdono perché Giuseppe ti vuol tanto bene. Ti raccomando i bambini, i bambini …’.
Senza rendermi conto di ciò che facevo, rovesciai sul viso delle vittime del liquido e prima di allontanarmi definitivamente ficcai loro in bocca dei pannolini imbevuti dello stesso liquido. Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale… Non ricordo dove gettai il ferro. Me ne liberai durante il tragitto fatto per recarmi a casa”.

 

La sentenza: ergastolo

Il 20 gennaio 1950, la Corte d’Assise emette la sentenza: ergastolo. Caterina Fort è riconosciuta colpevole di omicidio volontario nei confronti di Franca Pappalardo e dei suoi tre bambini, di simulazione di reato (aveva inscenato una rapina nell’appartamento dei Ricciardi per sviare le indagini) e di calunnia nei confronti di Carmelo Zappulla.
Il 9 aprile 1952 la Corte d’Appello di Bologna confermerà la sentenza di Milano: ergastolo. Il ricorso in Cassazione, nel 1953, dà lo stesso esito, queste le parole del procuratore generale:

 

“… La sentenza di ergastolo è garantita e inattaccabile. Dopo gli sforzi e lo zelo della polizia, ansiosa di far luce sul delitto di via San Gregorio che aveva colpito così profondamente l’opinione pubblica, fu gran merito della magistratura milanese l’aver saputo scegliere nella selva dei fatti, delle supposizioni, degli indizi, il grano dal loglio e arrivare a una così nitida verità”.

La grazia del presidente della Repubblica nel 1975:

Caterina Fort, dopo quasi trent’anni di carcere passati nella casa circondariale di Perugia, ottiene la grazia dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, è il 1975. Libera, cambia nome, diviene Caterina Benedet, va a vivere a Firenze e lì muore, sola, nel mese di marzo del 1988.

Alessandra Verducci

Autrice televisiva e teatrale, regista e scrittrice