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Affrontiamo il delicato tema dei diritti d'autore, meglio noto con il nome di copyright, attraverso la testimonianza diretta di chi ha fatto di questo argomento un cavallo di battaglia andandovi spesso contro, soprattutto a colpi di sentenze quando operava in Magistratura: il giudice Gennaro Francione. Giudice, ci racconta la nascita ed evoluzione del copyright nella società? Nel mondo antico, quando l'unico modo per copiare un libro era quello di farsene una copia a penna, non c'era il copyright. Chiunque sapesse scrivere poteva copiare un libro e, in principio, poteva copiarlo bene come chiunque altro; fare una copia era come fare cento copie. Il copyright è stata una invenzione dell'era Gutenberg, un risultato dell'invenzione delle presse per la stampa risalente al 1476 circa. Comunque il torchio tipografico non creò d'amblais il diritto d'autore, inteso come riproduzione autorizzata di un'opera. All'inizio la gente stampava normalmente le opere che ammirava, quando ne aveva la possibilità, un'attività che è responsabile della sopravvivenza di molte di quelle opere fino al giorno d'oggi. Al più in quel tempo primevo c'erano limitazioni o divieti di stampa perché un documento poteva avere un contenuto diffamatorio, o perché trattavasi di comunicazione privata, o perché il governo lo considerava pericoloso e sedizioso. Ma queste erano ragioni di salute pubblica o di danno alla reputazione; non si verteva certo in materia di diritto di proprietà artistica. In alcuni casi c'erano stati anche privilegi particolari (allora chiamati patenti) che consentivano la stampa esclusiva di certi tipi di libri. Col tempo accadde che l'autore chiedesse sempre più al sovrano il diritto di esclusiva sulle proprie opere. Per diverso tempo questo diritto fu riconosciuto attraverso alcuni privilegi concessi dal principe alle singole opere. Si trattava, pertanto, di riconoscimento discrezionali. In ogni caso la legislazione originale proteggeva gl'interessi degli stampatori e l'autore non veniva preso in considerazione, anche perché spesso poi i libri contenevano testi di antichi scrittori morti da secoli. Il libro più stampato, infatti, era la Bibbia. Come e quando nacque questa idea di difendere gli stampatori? L'idea che si debbano dare dei privilegi agli stampatori nasce alla fine del '400 a Venezia, basata sull'elementare considerazione che stampare uno libro costa, quindi il tipografo deve avere uno scudo giuridico che lo protegga da un concorrente che intenda stampare lo stesso libro. Un'idea antropologica di sottofondo a quella mancanza di tutela era che le opere creative dell'uomo erano il frutto dell'umanità intera, e che ad essa dovevano tornare come fruizione. Quell'idea riprenderemo per affermare la mera detentio in nome dell'umanità dell'opera creata da parte dell'autore. Il creativo in quel tempo era soggetto al mecenate o al principe di turno e la sua dignità di cittadino-autore, come pure lo sfruttamento commerciale della sua opera, erano rimessi all'azione graziosa del signore che, innamorato delle arti, aveva tutto l'interesse a rifornire l'esteta dei mezzi di sussistenza e degli strumenti necessari alla sua arte.
Ed il concetto di proprietà artistica, invece, quando nacque? Il concetto integrale di proprietà artistica si originò, invece, con la censura e nacque propriamente nel Seicento, in Inghilterra attraverso la London Company of Stationers(Corporazione dei Librai di Londra).Il recente arrivo della macchina per stampare (la prima macchina per copiare del mondo) in Inghilterra aveva reso possibile stampare libri con facilità, il che era una manna per autori e lettori, ma non certo per il governo inglese che vedeva di cattivo occhio la diffusione di opere sediziose. Il metodo scelto dal governo fu di stabilire una corporazione privata di censori, la London Company of Stationers (Corporazione dei Librai di Londra), i cui profitti sarebbero dipesi da quanto bene essi avrebbero realizzato il proprio lavoro. Agli Stationers fu concesso il diritto su tutta la stampa in Inghilterra, sia per le vecchie opere che per le nuove, come premio per mantenere un occhio stretto su ciò che veniva pubblicato. Il loro documento di concessione diede loro non solo il diritto esclusivo di stampare, ma anche il diritto di cercare e confiscare le stampe ed i libri non autorizzati e addirittura di bruciare i libri stampati illegalmente. I compiti primari della difesa erano, quindi, non a favore degli autori, ma contro di loro con intenti censori e persecutori ad evitare scritti che non fossero graditi al sistema. Il meccanismo era stato apertamente progettato proprio per servire i venditori di libri ed il governo, non gli autori. Questo sistema funzionò per circa un secolo e mezzo. Verso la fine del XVII secolo, a causa di maggiori cambiamenti politici, il governo allentò le sue politiche censorie e fece terminare il monopolio degli Stationers che videro i loro guadagni scemare, avendo perso la licenza esclusiva di produrre libri. Per questo elucubrarono una nuova strategia rimasta immutata fino ai giorni nostri, intesa ad affermare il diritto d'autore, trasferibile ad altre parti per contratto, come ogni altra forma di proprietà. Il concetto moderno di diritti d'autore come si è sviluppato? L'idea di un diritto fondamentale dell'autore sul proprio lavoro - il nocciolo del moderno diritto d'autore - è stata diffusa prevalentemente da filosofi tedeschi e francesi del Settecento e venne implementata come una delle maggiori conquiste della Rivoluzione Francese. Il diritto d'autore nasce insieme alla libertà di stampa e alla dichiarazione dei diritti dell'uomo. Il battesimo ufficiale viene celebrato nell'anno 1777, quando gli Editti che precedono la Rivoluzione Francese riconoscono il diritto d'autore, col che nasce la concezione moderna della tutela degli artisti. Il diritto d'autore, ritenuto la proprietà più sacra in quanto si considera "inscindibile l'oggetto dal soggetto", si instaurò in quel periodo come nuova dottrina legale al fine di rimpiazzare il vecchio sistema di monopolio orientato a favore degli editori. Ci vuole ricordare le sue battaglie contro il copyright anche attraverso le sentenze? Il 15 febbraio 2001, in veste di giudice del Tribunale Penale di Roma, assolsi quattro extracomunitari rei di avere violato il copyright vendendo per strada compact disk contraffatti, motivando l'assoluzione non soltanto per essere gli imputati in stato di necessità, cioè senza mezzi di sussistenza, ma anche per l'inattualità del copyright che ormai sarebbe stato abolito dalla consuetudine di vendere e acquistare per strada compact disk, oltre che di scaricare musica da Internet(erano i tempi di Napster). La sentenza, dopo qualche giorno, creò un'interrogazione parlamentare ad opera del senatore di Alleanza Nazionale Ettore Bucciero, il quale chiedeva un'azione disciplinare contro di me non solo per la decisione in sé, ma indirettamente per la mia attività di artista e di uomo che fa libera cultura in rete. Il vecchio governo non dava adito all'azione che veniva ripresa sotto il nuovo governo da Castelli, il quale chiedeva affermarsi l'abnormità dell'atto. S'imbatteva, invece, nel muro del CSM che mi proscioglieva riaffermando la piena libertà e indipendenza dei giudici, sottoposti per Costituzione solo alla legge e non ai ministri. Le sentenze possono essere riformate solo dai giudici dell'appello non dai governi, i quali non amino i contenuti politici sottesi a certe decisioni.Nella sostanza si trattava di un verdetto che aveva messo fuori quattro poveri diavoli, i quali per campare erano costretti a compiere un'attività ai limiti del lecito, compiuta da chi non aveva altri mezzi di sussistenza alimentare, condizione che, nel vistoso fenomeno dell'immigrazione, è fatto notorio. Mi richiamavo allo stato di necessità(art. 54 c.p.p) che è legge, alla pari delle norme create per reprimere penalmente le violazioni del diritto d'autore. In sostanza cosa dimostrò con quella sentenza? Più in generale la sentenza avanzava l'ipotesi che la Legge del copyright sui compact disk era ed è inattuale e addirittura incostituzionale, richiamandosi ad esempio "il principio dell'arte e la scienza libere(art. 33 della Cost.) e, quindi, usufruibili da tutti, cosa non assicurata dalle attuali oligarchie produttive d'arte che impongono prezzi alti, contrari a un'economia umanistica, con economia anzi diseducativa per i giovani spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferiti e spinti, quindi, a ricorrere in rete e fuori a forme diffuse di "pirateria" riequilibratrice". Insomma la sentenza, pur criticata dai rappresentanti delle classe economiche dominanti in quanto scardinava il sistema di dominio fondato sul copyright, da più parti nella rete e fuori fu accolta con grande entusiasmo. L'acclamazione venne da chi veramente conta, il popolo in nome del quale viene esercitata la giustizia. Recentemente anche altri miei colleghi, soprattutto giovani, forse perché più sensibili al cyberspazio e ai suoi problemi, si stanno muovendo con assoluzioni per stato di necessità. Chi sono oggi gli oppositori del copyright? Esiste un nesso diretto tra difesa della proprietà intellettuale e la crescita delle disuguaglianze sociali? Fare la storia del copyright è non solo ripercorrere il diritto d'autore per come si è sviluppato nel tempo, ma creare controinformazione per comprendere come fin dall'inizio la difesa della proprietà artistica sia stata una semplice mascheratura. "La storia del copyright ci spiega come esso sia nato per proteggere un modello di business e non gli interessi degli artisti". E' Karl Fogel a scolpire lapidariamente il problema nell'articolo saggio La promessa di un mondo senza copyright proseguendo con: "L'industria editoriale ha lavorato duramente lungo tre secoli, per oscurare le vere origini del copyright e per sostenere il mito che esso è stato inventato da scrittori ed artisti. Ancora oggi essa continua la campagna per leggi contro la condivisione più dure, per trattati internazionali che obblighino gli stati ad adeguarsi alle più strette regolamentazioni sul copyright e soprattutto per assicurarsi che il pubblico non chieda mai chi, precisamente, questo sistema vuole favorire". Qual è quindi, secondo lei, il vero fine del copyright? Il fine vero del sistema era ed è, quindi, garantire gli sfruttatori economici dei creativi e insieme le esigenze censorie dello stato, atte a far sì che fossero veicolate solo forme di scrittura in linea col sistema e che primeggiassero solo i favoriti della classe dominante. Ciò nell'ambito di un sistema piramidale, che caratterizza l'avanzamento nell'arte e in altre funzioni sociali, con quella figura geometrica non a caso prediletta dalla massoneria, in contrasto palese con lo stato democratico che esigerebbe una funzione sferica per cui tutti possono partecipare a tutto in maniera realmente egualitaria. Indubbiamente la tecnologia attuale, intendo informatica, si trova dieci passi avanti rispetto alla normativa ancorata a vecchi sistemi produttivi dell'arte. La legislazione sul diritto d'autore appare simile a un dinosauro del mondo fisico che cerca maldestramente di entrare nel mondo virtuale facendo la figura di uno sgraziato pidocchio.La verità è che il diritto d'autore è fedele a schemi antiquati di una proprietà intellettuale strettamente legata ai supporti materiali(il cartaceo, il CD etc.). Dopo gl'intenti originari censori del copyright si è affermato il monopolio editoriale, che ha perpetrato nei secoli la tirannia degli editori e dei distributori. Questi hanno sfruttato gli autori, i quali avevano bisogno dei loro servigi per materializzare le loro opere in serie e per diffonderle. Il sistema piramidale dell'economia ha portato nei tempi a privilegiare pochi autori, e neppure i più bravi, a scapito degli altri, con evidente antidemocraticità del sistema. Noi non dobbiamo lasciarci intimidire dalla offensiva legale, culturale e politica dei crociati della proprietà intellettuale. La rivoluzione, che rovescerà la dittatura del molok editoriale, è in corso senza che nessuno muova un dito, grazie alla "gigantesca macchina per copiare"(Fogel) gratuitamente che abbiamo appena finito di costruire: Internet. La sua idea specifica sull'anti copyright? Andando al fondo delle cose, radicalmente da uomini di diritto e umanesimo e arte dobbiamo porci il quesito: "Esiste una proprietà intellettuale?". Il termine "proprietà intellettuale" comprende sia la proprietà letteraria e artistica, sia la proprietà industriale, cioè la protezione di brevetti, dei modelli di utilità, dei disegni industriali e dei marchi. Orbene una premessa necessaria al nostro discorso è che non esiste in tema di inventio una proprietà assoluta ma solo relativa, sia in arte che nelle invenzioni scientifiche di talché va a porsi in nuce l'impredicabilità di una proprietà assoluta in capo all'inventore. L'idea della originalità dell'invenzione creativa è stato un mito romantico, neppure radicale perché anche nel romanticismo gli artisti facevano parte di movimenti(es. gli Scapigliati, i bohemiennes etc.) e tutti si ritenevano tributari di idee, emozioni, stilemi etc. nei confronti del gruppo di appartenenza. Tutti erano interessati, comunque, alla diffusione della loro arte più che alla commercializzazione della stessa. Pur nel campo della creatività scientifica dobbiamo risalire all'Ottocento per incontrare le ultime invenzioni ad avere una paternità abbastanza certa. Anche in quel caso, però, menti brillanti agivano sulle invenzioni di altri, con idee che per così dire erano già nell'aria e, in una sorta di gara di velocità, veniva favorito nella gara dei brevetti chi arrivava per primo. Bastava registrare l'invenzione un giorno prima dell'altro che forse aveva escogitato il meccanismo prima e, all'ufficio dei brevetti, il secondo diventava il primo. Fu il caso della guerra tra Lumière ed Edison per la scoperta del cinema, con la vittoria dei francesi. In questa disputa Georges Méliès, il prestigiatore che inventò i trucchi cinematografici, cercò di avere vanamente dai Lumière l'apparecchio per il suo Teatro delle Illusioni. Al che andò in Inghilterra dove comprò dall'ottico Robert William Paul un meccanismo che trasformò egli stesso, autonomamente, in macchina cinematografica. Da quanto detto traspare l'estrema frammentarietà del meccanismo di attribuzione della paternità di un'invenzione, vieppiù evidente nel tempo dell'attuale tecnologia. Chi sa quale ricercatore ha inventato il televisore? E il computer? La verità è che più che mai le invenzioni non sono frutto del singolo ma di un lavoro di équipe, visibile o invisibile. Basta talora la piccola invenzione di un ricercatore da cantina a risolvere un problema che un gruppo industriale non riusciva a sciogliere. Questo come può essere rapportato al discorso copyright? Questo discorso enantiodromicamente va rovesciato ancora sulla creazione artistica strictu sensu perché più che mai, nell'era della comunicazione globale e di internet, l'artista non è un'isola ma scrive, compone, disegna etc. sulla base di informazioni, emozioni, documenti, immagini etc, che l'intera umanità gli trasmette, il che implica un drastico ridimensionamento dei suoi diritti sia a livello morale che economico. D'altra parte, già prima dell'avvento del WEB, il Novecento è stato il tempo della dissacrazione del testo e del suo autore. Le avanguardie artistiche, dal cubismo al futurismo alla pop-art, hanno distrutto l'autorità e l'alone sacrale del testo usandolo come materia grezza per altre operazioni. Affascinate dalla riproduzione multipla, hanno preferito il "meticciato culturale all'autorialità"(Enrico Menduni), non rifuggendo dai rapporti con l'industria e la pubblicità con ciò minando con la serialità e la commistione lo pseudonuminoso del fare artistico. Il movimento da me fondato di Antiarte 2000 predica la perenne incompiutezza del testo, che sempre si inserisce in filoni estetico-culturali preesistenti; solo formalmente e fittiziamente la struttura creata è perfetta mentre, invece, è sempre mutabile ad opera dell'autore e di altri che si pongono in simbiosi con la "presunta matrice". Il decalogo dal manifesto "Ipertransavanguardia del medioevo atomico" al numero 7 recita: "L'Autore è solo il portavoce di cronache artistiche vissute e scritte in quel grande serbatoio cosmico che è l'Akasha e di cui l'Internet è un modello vivente. Essere privilegiati nell'usufruirne significa avere solo il mero possesso(detentio) delle forme artistiche iperuraniche, senza che chicchessia possa vantare alcuna proprietà né assoluta né relativa sul prodotto". Quale soluzione propone in materia copyright? A fronte della cyberagonia del diritto d'autore sono state proposte soluzioni alternative come le creative commons che noi riteniamo utili ma non sufficienti a risolvere il problema. Ripetendo una metafora che facemmo in un convegno a Napoli, se il copyright è la destra del diritto d'autore, le creative commons rappresentano il centro moderatamente riformista. In nome del prevalere del Sapere sull'Economia, solo un'autentica rivoluzione cybersocialista dell'arte, pacifica e gandhiana, può abbattere l'attuale sistema piramidale a favore di una nuova situazione sferica con artisti e usufruitori davvero eguali e liberi. Rivoluzione non fuori dal sistema ma impregnata nello stesso, avendola trovata predicata nella stessa Costituzione della Repubblica Italiana(soprattutto artt. 2, 3, 33 e 41). Le creative commons danno, dunque, una soluzione parziale e riduttiva alle nuove problematiche sul fatiscente diritto d'autore ma non risolvono la questione a monte, che richiede un drastico abbattimento del sistema copyright. Abbattere il copyright: e dopo quale futuro? Ecco la soluzione proposta per i tempi internettiani. L'autore viene depotenziato ai minimi termini rimanendogli solo la detentio morale ed economica della sua opera. Una soluzione da me avanzata, nella veste di giurista-artista fondatore del Movimento Utopist-Antiarte 2000, in una serie di convegni e via WEB, trovando l'appoggio di milioni di artisti sconosciuti e di usufruitori di arte e cultura sfruttati dall'attuale sistema pseudolibertario del copyright. L'arte va diffusa gratuitamente nel mondo, e ciò è possibile con le nuove tecnologie internettiane che devono fare da modello a quelle tradizionali(cartaceo ad es.) per derivarne un nuovo sistema apparentemente rivoluzionario del vivere dove il Sapere prevale sull'Economia. Un principio non solo fondamentale nelle nuove elaborande costituzioni universali, ma già annidantesi con energia nelle pieghe della vecchia Costituzione repubblicana là dove si limita la proprietà privata a fini sociali(art. 42) ma soprattutto, all'art. 41 della Cost., si afferma che l'iniziativa economica privata libera "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Questo principio, coordinato con quello costituzionale dell'arte e la scienza libere(art. 33 della Cost.), comporta che l'Arte e la Cultura vanno offerte al Mondo. Il che non può che significare: arte libera e gratuita per tutti! Ciò nel progetto di elevare l'umanità che ha il diritto di avere ciò che le spetta: quell'arte e cultura cioè che essa stessa ha ispirato e le appartiene in nuce, immediatamente, non dopo 70 anni dalla morte dell'autore! Il creatore di arte e cultura ha tutto da guadagnare nel nuovo sistema della diffusione internettiana della sua opera perché il suo massimo profitto è di vederla diffusa, essendo solo secondario e conseguenziale il lucro, peraltro, realizzabile, comunque, secondo i principi della New Economy, attraverso minimi diffusissimi conseguenti al gift, al dono che egli ha fatto della sua opera. Concludendo, le normative civili e penali a protezione del diritto d'autore sono incostituzionali. Nella nuova prospettiva dell'anticopyright l'arte e la cultura vanno diffuse liberamente e gratuitamente a monte tramite la rete. Solo a valle, nell'ipotesi di prodotto confezionato, va pagato il prezzo del confezionamento che, però, deve essere sempre bassissimo, in linea con un'economia che fa dell'elemento umano (leggasi protezione dei deboli) il suo principio basilare. Ecco che per questa via il copyriot non è più la copia pirata ma riappropriazione legittima e costituzionalmente protetta dei singoli di quanto culturalmente e artisticamente a loro spetta, in quanto esponenti dell'Umanità, la vera titolare di ogni diritto d'autore.
Pierfrancesco Palattella
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